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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

Stimolati dall’uscita del libro “Dal profondo del nostro cuore”

 

Il celibato e... i due papi

(2)

 

9 febbraio 2020

 

Ricordavamo la settimana scorsa che per tutto il primo millennio della sua storia la chiesa ha avuto preti e vescovi celibi accanto ad altri regolarmente sposati. Nell’XI secolo nasce la regola del celibato obbligatorio per tutti coloro che accedono al sacramento dell’Ordine: diaconi, preti e vescovi.

Qui si è fatta un po’ di confusione all’interno delle due motivazioni che, ci dicono gli storici, ne erano alla base. Da una parte, vedendo nel celibato un grande valore evangelico, si è voluto imporre a tutti lo stesso stile di vita dei monaci. Dimenticando, però, che preti e vescovi non erano monaci: non si ritiravano a vivere in un monastero. Anzi, loro compito era, ed è, di essere immersi nella vita di tutti, donne e uomini di questo mondo.

Nello stesso tempo si è voluto porre rimedio ad un problema, meno nobile per la verità, ma allora ritenuto importante: un prete o un vescovo che aveva famiglia rischiava di impoverire la chiesa, perché doveva pur mantenere la propria famiglia e assicurare ai figli una qualche eredità. Niente di scandaloso in tutto questo: eravamo in pieno medioevo, e nella vita del clero c’erano confusione e disordine.

 

Ora siamo nel terzo millennio. E credo sia legittimo, anzi, doveroso farci quelle domande che nascono dal compito stesso che la chiesa deve svolgere.

Compito primario della Chiesa è portare il Vangelo al mondo. “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” aveva detto Gesù ai suoi.[1] Quindi la domanda, a mio parere, diventa: per portare il Vangelo al mondo è indispensabile, oggi, che i preti siano soltanto celibi, o è più utile che celibato e sacerdozio siano disgiunti, e che ciascuno possa fare quella scelta di vita che sente più appropriata per lo svolgimento della propria missione, cioè annunciare il Vangelo, e per la propria realizzazione personale?

È questa domanda che la chiesa, come comunità di credenti, oggi si pone. E tutti sappiamo che non ha senso aver paura delle domande: è solo ascoltando i segni dei tempi, dentro e fuori la chiesa, che riusciamo a cogliere sempre più pienamente la Parola del Vangelo.

 

Ascoltare questa domanda nulla toglie al celibato come valore. Anzi, a mio parere – ripeto, a mio parere –, lo evidenzia e lo esalta. Un prete che sceglie di vivere nel celibato, e vi trova la realizzazione di sé, sarà ancora di più testimone credibile di ciò che annuncia. Altrettanto lo sarà il prete che sente, come sua vocazione, di vivere una vita di famiglia. Con una moglie e dei figli con cui condividere una storia d’amore. Nel bene e nel male. Nella gioia e nel dolore. Come tutte le famiglie di questo mondo. D’altra parte sappiamo che ci sono già preti sposati anche nella chiesa cattolica. Sono i cattolici di rito orientale, e sono quei pastori protestanti che, convertiti al cattolicesimo, lo stesso Benedetto XVI ha accolto nella chiesa come preti che continuano a vivere con moglie e figli.

 

Perché allora tanto can-can all’uscita del libro Dal profondo del nostro cuore?

Il tutto nasce da un equivoco. Quando sette anni fa, febbraio 2013, Benedetto XVI ha dato le sue dimissioni, ha voluto conservare il titolo di papa cui ha aggiunto la parola emerito. Questa decisione è diventata fonte di confusione. Non a caso la stampa e tanti uomini di chiesa parlano di due papi. Ma la storia ci ricorda che quando ci sono stati due papi, uno di questi era un anti-papa. Perché successore di Pietro è uno solo.

Ora, infatti, Benedetto XVI non c’è più. Come non ci sono più Giovanni Paolo I o II, Paolo VI, ecc. Ora c’è il Card. Ratzinger, Vescovo emerito di Roma.

E il fatto che abbia conservato il titolo di papa, continui a indossarne l’abito bianco, e altri segni, si sta rivelando fonte di equivoci. Perché quando parla o scrive, non è un semplice cardinale che interviene, ma un papa, sia pure emerito. Ma come papa non ha voce. Perché un secondo papa non esiste.

 

Che sia potuto cadere in questo equivoco è comprensibile: mai nella storia moderna avevamo avuto un papa dimissionario (da Celestino V, 1294, son passati ben sette secoli). Tanto più che sua intenzione si dice fosse di farsi chiamare Padre: poi pare siano stati alcuni suoi consiglieri a portarlo verso l’autodefinizione di papa-emerito.

È chiaro che nessuno può chiedere al Card. Ratzinger di non esprimere le sue opinioni: anche lui ha lo stesso diritto di ogni altro uomo di chiesa a parlare. Su qualunque argomento su cui ritenga di dover intervenire. Ma solo se esce dall’equivoco di papa-emerito riacquista questa libertà. Non solo. Solo se lascia il titolo di papa, come ne ha lasciato il ministero, sarà libero anche da coloro che cercano di utilizzarlo per dare forza alle voci di dissenso verso Francesco. Voci che oggi ci sono, e non poche, all’interno della chiesa e della gerarchia.

 

Ricordiamo: compito della Chiesa è annunciare il Vangelo al mondo. Solo alla luce di questa verità potremo trovare risposte buone alle domande dell’umanità di oggi.

(2. fine)

 

[1] Marco 16,15

 

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