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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

Tra condizionamenti culturali e libertà di pensiero

 

Il coraggio della verità

 

29 novembre 2020

 

Certe volte mi chiedo chi me l’ha fatto fare. Scegliermi una professione che ogni giorno mi mette in contatto con la sofferenza. E i suoi mille volti. Oggi vi racconto uno degli ultimi con cui è entrata nel mio studio.

Anna ha 45 anni. Due figli di 20 e 17, Bruno e Luisa. Quando questi avevano soltanto 6 e 3 anni, il marito se n’è andato. Dopo anni di piccole e fugaci storie, ora vive in Romania con la nuova compagna e un bambino di 3 anni. Bruno e Luisa sono scomparsi dal suo campo visivo e affettivo. Oltre che economico.

Anna arriva con un pieno di sensi di colpa. Non si è saputa tenere il marito, dice. Se avesse saputo tollerare le sue storie, lui non se ne sarebbe andato, abbandonando oltre che lei anche i figli. Ma non basta. Il suo peso è aggravato da un altro pensiero. Bruno ha un fidanzato. La sua affettività è orientata verso gli uomini. Nessun’attrazione verso le ragazze. Ma non basta ancora. Un mese fa, erano insieme in macchina, Luisa le dice: mamma, ti devo dire una cosa, ma mi prometti che continuerai a volermi bene anche dopo che te l’ho detta? Il respiro si ferma. Poi riprende. E le dice: certo, figlia mia, io ti vorrò sempre bene, sei mia figlia! Mamma, continua Luisa, io ho tanti amici maschi, ma mi sento attratta da una compagna di classe: lei mi piace, e io piaccio a lei.

 

Dove ho sbagliato? Non ho saputo fare la madre. Questi due figli sono malati. Sono omosessuali. E la colpa è mia. Se fossi stata capace di tenermi il padre, tollerando anche le sue storie, questo non sarebbe successo.

Prima provo a dirle che io preferisco usare la parola omoaffettività piuttosto omosessualità. La sessualità umana, infatti, è espressione dell’affettività: se un uomo o una donna s’innamorano di una persona dello stesso sesso è perché il loro affetto trova in questa relazione la risposta di cui ha bisogno. E la sessualità ne segue, di conseguenza.

Le chiedo chi le ha detto che l’omoaffettività è una malattia. A questo punto mi dice che lei è una donna molto religiosa. È cattolica. E nel gruppo di preghiera cui appartiene, quando s’incontrano, il responsabile non manca d’invitare tutti a pregare per la guarigione di Bruno e di Luisa. Preghiera condivisa anche dal sacerdote, guida spirituale del gruppo. Il quale ci ha tenuto a confermare e spiegare che questa è la dottrina della chiesa.

Ma lo zaino di Anna contiene anche un altro peso. Dopo oltre dieci anni di solitudine affettiva, con tutta la responsabilità di genitore unico con i figli, adesso da due anni si frequenta con un uomo. Lui è libero, non ha famiglia. Si vogliono bene. Sono di sostegno, l’uno per l’altra. Anche i ragazzi hanno un buon rapporto con lui. Giovanni ritiene giunto il tempo di andare a vivere insieme. Anche lei lo pensa. Ma alla mia domanda cosa vi trattiene? arriva la sua risposta. Asciutta. Con un filo di voce e le lacrime agli occhi: perderei anche il lavoro. Il lavoro? le dico. Sì, sono un’insegnante di religione. Mi hanno detto che il giorno in cui andassi a convivere con un uomo che non è mio marito, non avrei più l’incarico, perderei subito il posto: e questo non posso permettermelo. Come potrei mandare avanti la famiglia?

 

Non è una vicenda d’altri tempi. È di oggi. Né accade in qualche sperduto paesino di montagna. No. Tutto questo a Bologna. La Dotta. Così da secoli chiamiamo questa città: nasce lì la prima università del mondo occidentale, quasi mille anni fa, nel 1088. Sì, a Bologna, la Dotta.

Il lavoro con Anna va avanti. E ce la faremo.

 

Ora qualche domanda. Con voi.

Con quale autorità una religione, cristianesimo o islam o qualunque altra, può decidere ciò che è salute e ciò che è malattia? Non è della scienza medica, nelle sue molteplici ramificazioni, questo compito? Sua è la competenza. È vero che sull’orientamento affettivo sessuale ha fatto tanta confusione. Nell’800 riteneva patologico ogni comportamento omosessuale. Tanto che lo stesso Freud ne ha parlato come di una devianza nello sviluppo psichico. Ma oggi le ricerche e gli studi in campo medico e psicologico sono molto chiari: non c’è nessuna patologia nell’omoaffettività. Sì, certo, c’è ancora qualche sporadico nostalgico del passato. Ma, che volete? C’è ancora chi ritiene che la terra sia piatta e, oggi, che il Covid sia tutta un’invenzione per imporci una dittatura sanitaria.

Ma c’è anche un’altra domanda, che pure ci porta Anna. È forse più cristiano, cioè coerente con il Vangelo, costringere una persona a vivere una relazione affettiva clandestina - così non perde il lavoro! - piuttosto che fare una valutazione, concreta e seria della situazione reale che Anna sta vivendo?

 

Il coraggio della verità. Non è questo l’insegnamento del Maestro di Nazareth? Insegnamento difficile, non v’è dubbio. Ma irrinunciabile.

 

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