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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

A PROPOSITO DI UNA SENTENZA DELLA CORTE DI CASSAZIONE

 

I DIRITTI DEI BAMBINI E I DIRITTI DEGLI ADULTI

 

 

 4 febbraio 2013

 

 

Molto si è parlato nei giorni passati di una sentenza della Corte di Cassazione (n. 601/13) che avrebbe riconosciuto il diritto all’adozione da parte di coppie omosessuali. Ho scritto “avrebbe” perché questo è ciò che molti giornali hanno letto in quella sentenza. Noi la riprendiamo oggi, quando il frastuono si è calmato, per guardarla con la dovuta attenzione. E per coglierne il reale significato.

 

Innanzitutto dobbiamo ricordare due cose. La prima: la Corte di Cassazione interviene solo su situazioni particolari. Cioè su casi singoli. Quelli, cioè, che vengono sottoposti alla sua valutazione. Suo compito è di verificare che le sentenze dei Tribunali siano emesse nel pieno rispetto delle norme e delle leggi vigenti. La seconda: le sentenze della Suprema Corte ‘fanno giurisprudenza’ (così dicono in gergo gli addetti ai lavori). Queste sentenze, cioè, diventano un punto di riferimento anche per la Magistratura ordinaria nel valutare situazioni analoghe.

 

Nel caso di cui stiamo parlando si trattava di valutare il ricorso contro una sentenza della Corte d’Appello di Brescia che confermava l’affidamento esclusivo di un bambino a sua madre, nonostante la richiesta del padre di avere l’affidamento condiviso, come prevede (salvo casi particolari) la legislazione attuale. L’obiezione del padre era sostenuta dalla considerazione che il bambino, affidato alla mamma, viveva in una situazione “dannosa” per il bambino stesso dal momento che la mamma aveva come compagna di vita un’altra donna. La Corte d’Appello aveva confermato l’affidamento esclusivo alla mamma ritenendo il padre non affidabile, al momento. Sia perché aveva assunto comportamenti violenti, in presenza del bambino stesso, sia in considerazione del fatto che per ben dieci mesi quest’uomo era scomparso dalla vita del figlio. Poteva comunque incontrare suo figlio periodicamente e con la presenza del Servizio Sociale. Incontri che in seguito sarebbero potuti diventare totalmente liberi nel momento in cui quest’uomo avesse cambiato i suoi atteggiamenti e il suo comportamento. La Corte di Cassazione respinge il ricorso ritenendo legittima la sentenza della Corte d’Appello.

 

Dov’è allora che origina tanto can-can?

Il tutto nasce dalla motivazione che la Corte porta: «… non sono poste certezze scientifiche o dati di esperienza, bensì il mero pre-giudizio che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale. In tal modo si dà per scontato ciò che invece è da dimostrare, ossia la dannosità di quel contesto familiare per il bambino…». In sostanza la Corte dice che non si può a priori definire “dannoso” per quel bambino quel contesto familiare formato da sua madre e dalla compagna di lei, solo per il fatto che la mamma convive con una donna (anziché con un uomo).

 

Non si tratta quindi di legittimare l’adozione di figli per le coppie gay – come ha scritto tanta parte della nostra stampa. È la conferma della legittimità e opportunità di affidare un figlio alla propria madre, soprattutto quando il padre si mostra incapace di prendersi cura adeguatamente del suo bambino.

L’altra parte della sentenza invita a guardare la realtà delle situazioni concrete. Un bambino che viva con una madre capace di prendersene cura come lui ha bisogno, è quello che la magistratura deve favorire in tutte le separazioni. La sentenza ci richiama all’obbligo di verificare concretamente l’ambiente di vita di un bambino. Ci dice soltanto che non possiamo ragionare per partito preso. Come se dicessimo: “Siccome la mamma vive con una compagna-donna, anziché con un uomo, allora non è in grado di fare la mamma”. Questo ragionamento sarebbe assurdo. Avrebbe origine soltanto da “pre-giudizio”, proprio come afferma la Corte di Cassazione.

 

Noi abbiamo già affrontato il tema delle adozioni per le coppie omosessuali (omo-affettive). Ricordate? Ci siamo già detti – e adesso proviamo a ridircelo – che dobbiamo essere molto attenti a non confondere due piani. Ben diversi e distinti tra loro. Una cosa è la questione del riconoscimento legale delle coppie gay, un’altra l’eventuale diritto ad adottare un figlio.

Sul primo punto, io credo che sia legittimo e doveroso muoverci, come società civile, verso il riconoscimento legale di una coppia gay. Definendone bene diritti e doveri. Sul secondo punto, a mio parere, non possiamo dimenticare che dobbiamo mettere al centro di ogni valutazione l’interesse e il bisogno del bambino. Ricordando bene due cose: che nessuno di noi adulti, omo o etero, ha diritto ad avere dei figli; e che ogni bambino, invece, ha diritto ad avere due genitori: una madre e un padre.

 

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