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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

36 GIUSTI

 

17 febbraio 2013

 

 

Secondo una tradizione ebraica (Talmud), in ogni generazione esistono nel mondo trentasei giusti. Questi sono agli occhi di Dio le colonne del mondo, ed è per loro merito che il mondo continua ad esistere. Nessuno sa chi siano, neppure loro lo sanno. Ma Dio, che vede nel cuore degli uomini, al vederli si rallegra e tiene in vita il mondo. Essi vivono una vita di assoluta normalità. E quando il male, l’egoismo, sembrano prevalere, non si tirano indietro, ma si danno da fare per affrontare i problemi e ricostruire la giustizia. Poi, una volta che la crisi è rientrata, ritornano alla vita di sempre. Non raccontano quanto hanno fatto, né se ne vantano. Semplicemente perché sono convinti di non aver fatto altro che il loro dovere. Nulla più e nulla meno. Così, colonne del mondo agli occhi di Dio, rimangono sconosciuti agli occhi degli uomini.

 

La storia è piena di nomi che hanno fatto grandi imprese. Nel bene e nel male. Gli Hitler e i Gandhi, gli Stalin e i Luther King sono stati sempre presenti, in ogni generazione. Nomi che rimangono scritti nei libri di storia. Eroi. Uomini che hanno lottato con tutte le loro forze per un ideale. Alcuni giusti, fonte di bene e di arricchimento spirituale per l’umanità, altri orribili, radici solo di morte e di distruzione. Uomini che hanno comunque fatto parlare di sé.

 

I giusti di cui parla la nostra tradizione sono giusti nascosti. La loro esistenza e le loro azioni non sono raccontate. Se venissero raccontate, rientrerebbero anch’essi nell’elenco degli eroi. Il giusto è anch’egli un eroe, ma con una cosa in più: l’umiltà. La sua capacità di non voltarsi dall’altra parte quando vede il dolore, di non essere indifferente a quanto succede accanto a sé o lontano in altre parti del mondo, non è per lui un vanto. Non ne riceve onori o premi. La sua capacità di farsi carico della sofferenza altrui e di intervenire, come può, per dare un aiuto con le sue forze, anche modeste spesso, ha il colore del silenzio e dell’umiltà. Sa di aver fatto soltanto il suo dovere.

 

Dice la tradizione talmudica (= ebraica) che di questi giusti ce ne sono trentasei in ogni generazione. Non posso certo io cambiare una tradizione secolare. Ma io credo che di questi giusti sia pieno il mondo.

È vero, il male fa tanto rumore e oggi siamo soffocati dall’amplificazione che i mezzi di comunicazione gli danno. Un noto proverbio ci ricorda che fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Senza dubbio è così. Ma com’è che i nostri orecchi sono così abili nel sentire il rumore del male e si rivelano incapaci di ascoltare l’armonia del bene?

 

Un uomo che uccide la sua compagna di vita ci perseguita con il suo rumore per giorni interi. Per anni, a volte.

Un uomo che ogni giorno condivide con la sua donna la cura della famiglia; i milioni di uomini e di donne che giorno dopo giorno sostengono la fatica del quotidiano; quella madre anziana, sola, che amorevolmente e pazientemente segue la figlia sul letto di una grave malattia; quell’insegnante che non ci dorme la notte nella ricerca di una strada buona per aiutare quell’alunno che tanto lo preoccupa; quell’amministratore onesto che si prende cura della cosa pubblica per il benessere della sua comunità; quell’uomo della politica che sa mettere la ricerca del bene comune al primo posto nei suoi pensieri e nelle sue azioni, piuttosto che i suoi interessi privati e il suo successo personale; quell’uomo di chiesa che sa mettere le persone prima di tutto, prima ancora delle regole e delle norme dell’istituzione; quei coniugi che, pur vedendo fallire il loro matrimonio, affrontano la separazione con rispetto reciproco e senza dimenticare che sono e saranno sempre genitori per i loro figli; quella persona che non tiene conto del male ricevuto e si lascia guidare da un sentimento di perdono piuttosto dal desiderio di vendetta; colui che non si gira dall’altra parte quando incontra l’altro che ha bisogno di una mano; quella persona che non si lascia trascinare dall’invidia e dalla gelosia di fronte al benessere di un amico, ma sa piangere con chi piange e rallegrarsi con chi è nella gioia…

 

Tutti questi – e tanti altri – sono i trentasei giusti. Moltiplicati per trentasei e ancora trentasei. In una moltiplicazione che io credo infinita. Perché se così non fosse, il mondo e l’umanità non sarebbero in vita, oggi. Né avrebbero futuro.

 

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