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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

QUELLI CHE… IL PASSATO È SEMPRE MEGLIO

 

UNA VOLTA SÌ CHE…

 

26 maggio 2013

 

È vero, non li sentiamo tempi belli quelli che viviamo. La crisi economica. La crisi della politica. La crisi dei valori. La crisi… Questa parola sembra diventata la nostra compagna di strada, giorno dopo giorno. Aggressioni e violenze che continuano a moltiplicarsi e a invadere ogni ambito di vita. Quella pubblica e quella privata. Perfino quella famigliare. E non è facile, soprattutto per chi ha qualche anno sulle spalle, non volgere lo sguardo appena un  po’ in dietro e non rimpiangere il tempo passato, più o meno recente. Guardare a quegli anni in cui – nel ricordo di oggi – le cose sembravano andare molto meglio. L’economia degli stati e dei privati cittadini era più tranquilla, gli uomini della politica erano più onesti e più capaci di mettere il bene comune davanti ai propri interessi, la religione guidava con regole sicure, l’onestà e il rispetto coloravano di sé la vita familiare e le relazioni umane.

 

Ma sarà stato proprio così?

Fareste oggi un viaggetto sulla macchina del tempo? Proviamoci. Faremo delle belle scoperte.

 

Duemila anni fa un poeta scriveva: «Il vecchio continua a lamentarsi, tesse l’elogio del passato, di quand’era ragazzo, censore e critico verso i giovani». È Orazio, vissuto all’epoca dell’imperatore Augusto. Laudator temporis acti (tesse l’elogio del passato), se puero (di quando era ragazzo) diceva nel suo bel latino. Un altro grande dell’epoca, pochi anni prima, in un famoso discorso al Senato di Roma grida O tempora, o mores! ’Sta volta è Cicerone che, in un discorso contro un suo rivale politico che aveva tentato di farlo assassinare, Catilina, deplora la perfidia, la corruzione e la bassezza di valori dei suoi tempi. Siamo nel 63 a. C.

Duemila anni fa, dunque, le persone si lamentavano della crisi dei loro tempi.

 

Settecento anni prima, la grande Roma – patria di Orazio, di Cicerone, e di tanti altri maestri dell’antichità – nasce sul sangue di un fratricidio: Romolo, offeso dal fratello Remo, l’uccide e fonda la città.

 

Ora risaliamo sulla nostra macchina e facciamo un altro salto. Un po’ di vertigini, ma niente paura: arriviamo alle origini dell’umanità. «Caino parlò al fratello Abele. Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise». (Genesi 4,8). Abele è il primo uomo che incontra la morte.

Due cose colpiscono in questo mito. La prima. Nella storia dell’umanità l’omicidio arriva ancora prima della morte naturale: Abele è il primo essere umano che incontra la morte, e muore ammazzato. La seconda, ancora più dirompente. Chi uccide non è un estraneo: è un fratello che uccide il fratello.

 

Non è un bel quadro quello che disegnano i miti che fondano la nostra cultura. E se i miti rappresentano la riflessione che l’uomo fa quando cerca di ritrovare le proprie origini, dovremo dire che da tempi immemorabili non abbiamo una bella immagine di noi stessi. Né ci facciamo una gran bella figura.

 

Ma Abele muore e non lascia nessuna discendenza. E noi, e tutto il genere umano, siamo figli di Caino, e degli altri suoi fratelli che in seguito verranno.

Non è vero che nei tempi passati gli uomini erano più buoni e più onesti. O più felici. A scuola tutti abbiamo studiato un po’ di storia. Una storia fatta di battaglie e di guerre. Un elenco infinito di generali e di re. Imperi che nascevano con eserciti che distruggevano altri eserciti. E popoli vinti e resi schiavi dai vincitori. Aggressioni e violenze erano pane quotidiano. Il più forte sulle spalle dei più deboli.

 

Il grado di civiltà che abbiamo raggiunto, il benessere che abbiamo costruito, sono segni di progresso. Segni che l’umanità va avanti: nella conoscenza di sé e nella costruzione di una società più giusta.

La mia generazione è la prima a non aver vissuto direttamente una guerra. Quella dei miei genitori ne ha viste ben due. È vero, sembra che non sappiamo apprezzare fino in fondo il dono della pace. Ci scopriamo ancora in difficoltà nel custodirla e nel farla diventare regola di normalità nella convivenza tra esseri umani. Perfino nella convivenza con la natura che ci ospita.

 

Ma se è giusto conservare uno sguardo critico su noi stessi, credo proprio che non ci porti da nessuna parte continuare a rimpiangere il passato. È vero, qualche Caino e qualche Romolo ancora sopravvivono nel mondo contemporaneo. Ma siamo maggioranza infinitamente più vasta quelli che, nella fatica di costruire la pace, ci spendiamo nel prenderci cura del fratello.

Il nostro lavoro, ora, è quello di continuare nella costruzione del presente. Costruire un buon presente significa regalare ai nostri figli un buon futuro.

 

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