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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

MEGLIO ESSERE IN DUE…

 

 20 ottobre 2013

 

Siamo sposati da diversi anni e ancora non riesco a sentirmi a casa. Non abbiamo figli. Lui è fuori tutto il giorno per il lavoro e la sera, quando torna, dice di essere stressato, stanco e non riesce a parlare d’altro che del suo lavoro. Non sento il suo desiderio, e quando io provo a cercarlo trovo solo un corpo senz’anima. Come se per lui io fossi una cosa che c’è, che ormai sta lì. Dentro di me da un po’ di tempo sento crescere una tempesta, muta, che non ha parole. Non riesco a trovarmi.

Quando parlo con le amiche, ormai lo so, ci sono due partiti. Le sposate e le single. Le prime si ritrovano nei miei pensieri, quasi fossero una fotocopia. Le single, invece, dicono che io sono fortunata, perché ho trovato un compagno che lavora, mi vuole bene, non mi tratta male, che è gentile e simpatico. E alla fine il solito ritornello:“Lo trovassi io uno così…”. Io penso che spesso si corre il rischio di idealizzare questo amore, che invece è fatica, sacrificio, compromesso, pressione, pesantezza, noia. Penso che il vero Amore sia profondamente libero e che non chiede nulla se non di realizzarsi.

Maria

 

 

Una volta si diceva, a proposito di un figlio o di una figlia che si sposavano, ‘si è sistemato’. E con questo si voleva dire che ormai il più era fatto e che i sacrifici dei genitori per far crescere questo figlio erano andati a buon fine. Lo si diceva più per una figlia femmina che per il maschio, ma era così un po’ per entrambi. Poi quello che succedeva nella nuova coppia restava chiuso dentro le mura di casa. ‘Tra moglie e marito non mettere il dito’ diventava una regola da non infrangere. Mai.

 

Ora non ci basta più un matrimonio per dire che ci si è sistemati. Abbiamo fatto un passo avanti nella sensibilità e nell’attenzione ai sentimenti: ora riusciamo a dire che è importante la qualità di un rapporto di coppia. E finalmente riusciamo anche a dirci che un buon rapporto di coppia richiede che l’uno e l’altra si considerino alla pari. In una pari reciprocità: nei diritti e nei doveri. E fin qui siamo tutti d’accordo. Soprattutto tra le nuove generazioni questo discorso sembra acquisito e condiviso.

Ma, purtroppo, devo scrivere sembra. Perché troppo spesso ancora, nel quotidiano, ci si comporta come se la cura della coppia dovesse essere affidata soltanto a uno dei due: a lei. Troppo spesso succede che nel pensiero di lui il matrimonio è come un’autorizzazione a mettersi seduto. Ormai è arrivato: ha una casa, un lavoro e… pure una moglie. Che magari gli darà anche dei figli. Ma il suo compito si esaurisce qui: essere un buon lavoratore che porta i soldi a casa.

 

E la coppia? Beh, un po’ di sesso, ogni tanto. Ma senza farla tanto lunga. Perché ci sono gli amici, il calcetto, la moto. Non vorrai mica che lasci gli amici per stare ‘sempre’ con la moglie! Lavora tutto il giorno, un po’ di tempo libero, un po’ di svago dovrà pure averlo…

 

Vede, Maria, lei dice che corriamo il rischio di idealizzare l’amore. È vero, noi in genere tendiamo a idealizzare ciò che non abbiamo. E, nello stesso tempo, a non apprezzare fino in fondo ciò che invece la vita ci permette di avere. Lei scrive: questo amore invece è fatica, sacrificio, compromesso, pressione, pesantezza, noia. Io la vorrei invitare ad aggiungere una parola alle sue: ci metterei un ‘anche’. Io scriverei: questo amore invece è anche fatica, sacrificio, compromesso, pressione, pesantezza, noia. E accanto ci aggiungerei pure che quest’amore è anche piacere di stare insieme, di trovare una mano da tenere, delle braccia che s’incrociano con le tue, un’intimità che riscalda il cuore, un progetto da costruire e da condividere.

In un libro molto antico, che risale a oltre duemila anni fa, è scritto: «Meglio essere in due che da solo. Lavorare insieme rende di più. Se uno cade, il compagno può aiutarlo. Ma se uno è solo e cade, nessuno lo aiuta a rialzarsi. Se fa freddo, in due si può dormire insieme e riscaldarsi, ma uno da solo come si riscalderà?» (Qoelet 4,9-11).

 

Ora, Maria, sa qual è il pericolo più grosso che lei può correre, secondo me? Anzi, che voi potete correre? Dimenticare che un matrimonio si fa in DUE. Sembra la scoperta dell’acqua calda, ma non è così. Ci pensi bene. Perché quando dimentichiamo questo, allora è facile cadere nel pensiero che la cura della relazione di coppia deve essere affidata soltanto a uno dei due. E, in genere, alla donna.

Anch’io penso, come Erri De Luca, che due non è il doppio di uno. Due è il contrario di uno. In due ci si può ritrovare, ma bisogna essere in due a cercare. Cercare quello che in principio vi ha fatto incontrare e vi ha fatto sentire che vivere insieme sarebbe stato buono per voi. Per voi DUE.

(1. continua)

 

 

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