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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

IMMERSI NEL PARADISO

 

(1)

6 luglio 2014

 

 

«Nel deserto pianterò cedri, acacie, mirti e ulivi; nella steppa porrò abeti, olmi e bosso insieme». Così, oltre venticinque secoli fa, riferisce Isaia (41,19), uomo attento alla voce del suo Dio che vuole ridare speranza a un popolo duramente provato dalla distruzione della guerra e dalla deportazione. Al di là del valore religioso per i credenti, mi colpisce che per indicare una ripresa della vita dopo le distruzioni, l’azione che il Creatore pone in atto è piantare degli alberi. Nel deserto e nella steppa.

Alberi che prendono vita nel deserto diventano segno della rinascita. Sembra ritornare il pensiero delle origini quando, nel mito della creazione, si racconta che «il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Poi fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi, graditi alla vista e buoni da mangiare» (Genesi 2,8).

 

Nel progredire del tempo e nella varietà delle culture gli uomini hanno sempre visto negli alberi i coinquilini sulla terra. I fratelli. Ricordate? I fratelli alti che stanno fermi li chiamavano gli indiani Creek. E tutti i cosiddetti popoli primitivi sapevano, e sanno, trovare negli alberi della foresta il loro sostentamento e la loro medicina.

Non è senza significato, credo, che chiamiamo paradiso, sia il luogo dove abbiamo immaginato l’uomo nella felicità delle origini, sia il luogo dove le diverse religioni collocano la pienezza della vita verso la quale tende, nel suo cuore, ogni essere vivente. È questa una parola antica condivisa da tante culture: se la sua origine si perde nel persiano pairi-daeza, essa transita senza troppe variazioni attraverso il greco paràdeisos per arrivare all’italiano paradiso. Parole che stanno tutte ad indicare un giardino, un parco. Un luogo dove l’essere umano vive con i suoi ‘fratelli’ che con la loro ombra, le loro foglie, i loro frutti e perfino con il loro legname, si prendono cura di lui.

 

Ma dove siamo noi oggi? Siamo davvero ancora capaci di ascoltare gli alberi e di benedirli per la cura e l’attenzione con cui essi ci guardano e ci restano vicini? Condividere questi pensieri nei mesi estivi che abbiamo davanti, dove con maggiore facilità possiamo frequentare la natura con una passeggiata o un giro in montagna, credo possa essere una buona occasione per avvicinarci ad essa con un po’ più di attenzione. Provando – perché no? – anche ad ascoltare l’energia di questi nostri alti fratelli che stanno fermi e che ci aspettano e ci accolgono lì dove sono nati e dove, un giorno anch’essi, termineranno il loro ciclo di vita lasciando il posto, proprio come faremo anche noi, ai loro figli e ai loro vicini.

 

Noi oggi siamo più affascinati dalla tecnologia che dalla natura. Con il rischio di perdere le coordinate, però. Perché la tecnologia, che è una nostra ‘creazione’, svolge la sua funzione di aiuto nell’affrontare le problematiche del quotidiano se la teniamo al suo posto: al nostro servizio. A totale nostro servizio. La natura, invece, ci appartiene e nello stesso tempo noi le apparteniamo: noi siamo una sua ‘creazione’. E il nostro benessere e il suo benessere non possono che camminare insieme. Mano nella mano. In una relazione d’interdipendenza e di collaborazione. Fatte di attenzione, ascolto, rispetto dei ritmi e dei tempi.

Una macchina, esaurita la sua funzione e superata da quella più recente, la possiamo buttare: ha finito il suo compito. La natura, l’ambiente di cui noi stessi siamo parte – la terra e il cielo – ha bisogno di ricevere attenzione e rispetto dalla sua creatura più alta e più nobile che ha saputo ‘costruire’: l’essere umano.

 

Due insegnamenti, curiosi e nello stesso tempo sorprendenti, vi voglio proporre. Uno ci è offerto da un medico inglese, morto nel 1936, Edward Bach. Che scopre come certi fiori agiscono sugli stati emozionali degli uomini, degli animali, perfino di altre piante. L’altro lo troviamo in una pagina scritta nel nostro oscuro (?!) medioevo. Intorno alla metà del XII secolo, Rodolfo, priore dei Camaldolesi – che l’anno scorso hanno celebrato i mille anni dalla loro fondazione –, scrive il Libro della Regola Eremitica e in un capitolo si ferma a contemplare i sette alberi che troviamo indicati nel passo di Isaia con cui abbiamo iniziato oggi, e li indica ai monaci come modello per le qualità che essi devono coltivare se vogliono vivere una vita autentica. Noi non siamo monaci, certo, ma quanto scrive Rodolfo, vedrete, non è affatto lontano da quella saggezza che, come esseri umani, abbiamo bisogno di costruire e custodire. Con noi stessi e nella relazione con gli altri.

 

A questi due uomini, il monaco Rodolfo e il medico Bach, maestri nell’ascoltare la natura, madre di tutti i viventi, dedicheremo i nostri prossimi due incontri.

 (1. continua)

 

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