Biblioteca 
 

VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

Una società non può far a meno di leggi

 

Le leggi e l’etica

 

26 marzo 2017

 

Se abolendo la legge 194[1] scomparissero in Italia tutti gli aborti; se abolendo la legge sul divorzio[2]  le famiglie italiane non andassero più in crisi; se eliminando la discussione attualmente in parlamento Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento scomparisse il problema del fine-vita... basterebbe poco: eliminiamo la 194, aboliamo la 898 e fermiamo immediatamente la discussione in corso.

Ma il problema è che con le interruzioni volontarie di gravidanza e con le famiglie che scoppiano, da sempre abbiamo dovuto e dobbiamo fare i conti. E il fine-vita è qualcosa che tutti, proprio tutti, dovremo incontrare.

 

Allora?

Allora diventa necessario armarci di... coraggio e parlare. Evitando il panico. Lasciamo perdere minacce o anatemi o ostracismi. Diamo la parola ai nostri pensieri, apriamo al confronto le nostre menti. Sicuri che dal confronto e dal dialogo, possono nascere disposizioni di legge a servizio dell’uomo. Del suo benessere. Fisico e psicologico. E spirituale. Léggi al servizio dell’uomo.

È con questo spirito, io credo, che dovremmo vivere il confronto sul tema in discussione questi giorni in Parlamento.

Una società civile ha bisogno di darsi una regolamentazione sulle tante questioni che riguardano la vita dei cittadini. E temi così importanti che attendono alla vita e alla morte non possono essere ignorati, come se riguardassero solo il singolo cittadino e non coinvolgessero l’intera comunità.

 

Io non ritengo che interrompere una gravidanza sia una scelta neutra. Tantomeno positiva. Ma quando una donna non vede davanti sé altra strada possibile, perché una società civile dovrebbe far finta che il problema non esista e costringere questa donna a ricorrere a persone e luoghi inadeguati, in cui sarà messa in pericolo la sua stessa vita? Il divorzio è una dichiarazione di fallimento di un progetto di vita. E fonte di tanta sofferenza. Per gli adulti. E, più ancora, per i bambini che ne sono drammaticamente coinvolti. Ma può una società civile far finta che il problema non esista e costringere le persone ad una convivenza che, di giorno in giorno, diventa un inferno?

 

È chiaro che i valori personali vanno difesi. Ciascuno seguendo la propria coscienza. Chi si riconosce in una religione ha tutto il diritto di vivere secondo i princìpi in cui crede. Ha il diritto di proporli alla società civile di cui è parte. Ma non può pretendere che il resto della comunità li condivida. Tantomeno può imporli in nome di un credo religioso. Proporli, spiegarli, farne vedere gli aspetti positivi per l’utilità comune, impegnarsi quindi perché anche altri vi aderiscano è legittimo. Non solo. Per certi aspetti può essere anche doveroso. Ma in nome di che cosa può esigere che le leggi di uno Stato li faccia propri?

 

Il tema del fine-vita oggi ci si sta proponendo con forza. Anche se, in realtà, sempre ci ha accompagnati. Solo che fino a qualche decennio fa esso restava all’interno della famiglia ed era vissuto come un fatto (quasi) del tutto privato. La persona malata, vecchia o giovane, poteva chiudere gli occhi nella propria casa. In compagnia dei suoi. Che pure portavano avanti gli impegni quotidiani, di lavoro, di cura dei figli. La morte era parte integrante della vita. E se questa persona chiudeva pian piano con il resto del mondo, anche cessando di mangiare, per esempio, nessuno si dava il compito di rimpinzarlo a forza. Sì, qualche parola per incoraggiarla, una carezza, il bicchiere con l’acqua sempre vicino, ma convinti che rispettarne la volontà significava rispettare la vita.

Oggi abbiamo portato la morte fuori casa. Corriamo in ospedale. E andiamo alla ricerca di tecnologie miracolistiche. E spesso invasive.

Ma è davvero così rispettoso della vita tutto questo?

 

Se oggi di fronte a una malattia posso scegliere se sottopormi o meno alla terapia che la medicina mi propone, perché questa stessa libertà non posso averla quando dovessi trovarmi in condizioni di non poter esprimere la mia volontà? Perché non posso indicare il mio desiderio, adesso che ne sono in grado, e definire il limite oltre il quale il medico che mi cura non dovrà andare? Non pensate che sia giusto che una società civile si dia delle regole su un tema così importante? Io ritengo che sia non solo giusto, ma necessario.

Ora è di questo che si sta discutendo. Evitiamo di mettere tutto nel calderone: serve solo ad alimentare confusione e conflitti. Saggezza vorrebbe, secondo me, che guardiamo il passo che stiamo facendo. E su questo, con consapevolezza e onestà, ci confrontiamo.

 

[1] Legge 194/78 Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza

[2] Legge 898/70 e succ. Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio

 

Ritorna a LA MENTE E L'ANIMA

Biblioteca Home



HOMEPAGE