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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

La settimana santa, icona della nostra vita

 

La malattia, la morte, l’amore

 

 

9 aprile 2017

 

«Per salvarlo, per strapparlo a una fine troppo precoce, lei lo contese con coraggio alla malattia. Lo circondò di cure intuitive e istintive, che a volte sono rimedi più efficaci di quelli della scienza. (...) Alla fine la malattia si ritirò». Così scrive Liszt nella biografia che dedica al suo amico Fryderyk Chopin. Lei è Aurore (George Sand), la sua compagna. Gli ultimi anni della vita di questo grande artista polacco sono accompagnati dalla malattia. Che lo debiliterà, giorno dopo giorno, fino a fargli incontrare la morte a soli 39 anni. Un grande. Un raggio luminoso del divino che ci parla ancora con il canto del suo pianoforte.

 

Noi cristiani, questi giorni, siamo nella settimana più forte dell’anno. E non solo perché in essa si matura la tragedia di Gesù di Nazareth. Ma anche perché essa è l’immagine del viaggio della vita di tutti noi. Di quella parte di vita che condividiamo qui, sulla terra. Anche Gesù ha incontrato la morte in un’età in cui non è giusto morire. Poco più che trentenne, inviso agli uomini del potere, religioso e politico, che non potevano tollerare di vedersi svuotare di senso i loro palazzi e i loro templi. Anch’egli raggio luminoso del divino – anzi divino egli stesso per chi in lui sa riconoscere l’im-manu-el (= Dio-con-noi). Con il suo insegnamento e la sua vita ha stravolto il mondo. L’ha cambiato. Rinnovato. Fino a restituirgli tutta la ricchezza dei colori e delle armonie originari.

 

Questa settimana, dicevo, è immagine della nostra vita. In essa infatti ritroviamo, uno accanto all’altro, tutti i colori, tutte le note che ne compongono l’affresco. Amicizia, vicinanza, solidarietà, condivisione, affetto, amore... accanto a rivalità, odi, tradimenti, abbandoni, egoismi, incapacità di cogliere e di ascoltare il dolore e la sofferenza dell’altro.

 

Di cosa sentiamo il bisogno quando la malattia, la sofferenza dell’animo vengono e ci prendono per mano? Sì, la medicina, la psicologia corrono in nostro aiuto. Ma non è la vicinanza di un amico, di una persona cara che diventa sollievo e forza per ritrovare quell’energia di vita che il dolore sembra nasconderci? Lo circondò di cure intuitive e istintive, che a volte sono rimedi più efficaci di quelli della scienza, scrive Liszt cogliendo l’attenzione e l’amore con cui Aurore sa stare accanto al suo Fryderyk.

 

Gesù, quando si rende conto che le trame degli uomini del potere hanno chiuso per lui ogni via d’uscita, va in cerca di vicinanza e di solidarietà. Uomo di grande spiritualità, è al Padre-e-Madre della Vita che rivolge il pensiero. Uomo di profonda e totale umanità, è a chi gli è amico che chiede conforto. Ascoltiamo da Marco, il primo a scrivercene.

«Giunsero ad un podere chiamato Getsèmani. E disse ai suoi discepoli: “Sedetevi qui, mentre io prego”. Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate”. Poi, andato un po’ avanti, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. E diceva: “Abbà, Padre, tutto è possibile a te: allontana da me questo calice. Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”. Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: “Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? (...)”. Si allontanò di nuovo e pregò, dicendo le stesse parole. Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti. E non sapevano cosa rispondergli. Tornò per la terza volta, e disse loro: “Dormite pure, e riposatevi. Basta. È venuta l’ora. (...)».[1]

 

Quante volte noi, di fronte a una persona malata o ad una persona immersa nel dolore, tendiamo a ritirarci. Abbiamo timore di andarle vicino. ‘Non so cosa dire’, ci diciamo. E in questo modo evitiamo perfino d’incontrarla.

Non dobbiamo dire niente. Chi sta male, chi vive nella sofferenza non ha bisogno delle nostre parole. Quali che siano. Le più sagge o le più insipide. Ha bisogno della nostra vicinanza. Di sentire che non è solo, di fronte al dolore. Una mano che sappia prendergli la mano. Un respiro che sappia stare lì, accanto al suo. Un po’ del nostro tempo, sempre stracolmo di cose da fare, che sappia incontrare il suo tempo, vuoto ora di cose, ma pieno di dolore, di pensieri senza speranza a volte.

Il problema non è che non abbiamo parole da dire. Il problema, credo, è che non abbiamo il coraggio di ascoltare. Il dolore. La sofferenza. I pensieri che non osano sperare.

Le cure intuitive e istintive a volte sono rimedi più efficaci di quelli della scienza, scrive Liszt. E Gesù, ai suoi amici, chiede una cosa: Restate qui e vegliate.

 


[1] Marco 14, 32-41

 

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