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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

Poesia d’amore per augurarci una buona estate

 

Ti amo

 

30 luglio 2017

 

I poeti sono un dono della Vita. I poeti sono un dono di Dio. Lo so, non fanno crescere il PIL, non sono quotati in borsa. Né con la poesia possiamo pagare l’affitto di casa o la spesa al supermercato.

Ma...

Proviamo a guardare le radici di questa parola. Poesia nasce da un verbo della lingua greca, poièo. Che significa fare, produrre, generare, creare. Poietès è l’artigiano, il costruttore, l’inventore. Anche lo scrittore, il poeta. Se prendiamo la prima pagina della Bibbia, inizia così il mito delle origini: In principio Dio creò il cielo e la terra.[1] Il testo originale è in ebraico. E quando quegli studiosi che nel I sec. a. C. ne hanno fatto la traduzione in greco, dovevano tradurre il verbo barà’ (= creare), hanno preso proprio questa parola: poièo. Così il Dio-Creatore (’Elohìm) diventa il primo poietès: l’artigiano, il creatore. Il Poeta... originario.

Nobili origini per la poesia. No?

 

La settimana scorsa ascoltammo sui poeti le parole di un internato di Aushwitz. Uno psicologo nel lager. Oggi da un poeta ci facciamo aiutare per ascoltare e comprendere quelle parole che tanto spesso diciamo o ci sentiamo dire: ti amo. Perché sono parole: facili, e molto impegnative. Inflazionate? Un po’ forse.

 

Gibran, poeta libanese del secolo scorso, ascolta così Maria di Magdala che incontra Gesù.

(...) Era il mese di agosto quando lo rividi. Stava seduto all’ombra del cipresso, là nel giardino. Guardai. E fremette la mia anima. Indossai allora abiti di Damasco e lasciai la casa per andare da lui. Fu la mia solitudine o la sua fragranza che mi vinse? Fu una fame dei miei occhi anelanti bellezza? O fu la sua bellezza a cercare la luce dei miei occhi? (...)

Quando l’ebbi di fronte gli dissi: “Buongiorno a te”. “Buongiorno a te, Miriam” disse. E mi guardò. “Ti prego, vieni nella mia casa”. Tutto quello che in me era zolla, tutto quello che in me era cielo, lo chiamava a gran voce.

Lui allora mi guardò, e il meriggio dei suoi occhi era su di me. E disse: “Tu hai molti amanti, ma io solo ti amo. Gli altri, quando ti sono vicini, amano se stessi: io amo te in te stessa”. (...)

Io gridai a lui e gli dissi: “Maestro, vieni nella mia casa. Ho per te incenso da bruciare e una bacinella d’argento per i tuoi piedi. Tu sei un estraneo, ma non sei un estraneo. Ti supplico, vieni nella mia casa”.

Allora si alzò e mi guardò, proprio come immagino che le stagioni dall’alto guardino verso il campo. Sorrise. E ancora disse: “Tutti gli uomini ti amano per loro stessi. È per te che io ti amo”. Poi se ne andò.[2]

 

Quell’uomo non era come gli altri. Meglio, era come gli altri uomini, ma aveva imparato, ascoltando la sua anima, cosa significasse davvero dire ti amo. E ci voleva un poeta per parlarcene. In poche parole ha saputo racchiudere l’essenza dell’amore. Tutti gli uomini ti amano per loro stessi. È per te che io ti amo.

Questa, credo, è la domanda centrale. La radice da cui nasce l’amore. Ci vorrà tutta una vita per trovare quest’amore.

Un mese fa così mi scriveva Cristina, una giovane donna, riferendosi all’articolo Non ci amiamo più, del 18 giugno: «Condivido il suo pensiero, ma credo che questa consapevolezza sia difficile da avere quando si è ‘giovani’. Si raggiunge quando si decide di crescere. Ma a quel punto ci ritroviamo soli». Un po’ Cristina ha ragione. L’amore è un sentimento che richiede maturità. Non tanto la maturità degli anni – Cristina mette la parola giovani tra virgolette. Ma la maturità del cuore. La capacità di ascoltare la nostra anima e d’incontrare l’anima dell’altro.

 

Quando diciamo io ti amo facciamoci, nel nostro silenzio, questa domanda: io ti amo per me: in te amo me stesso; o ti amo per te: in te amo proprio te?

Era il 1968 quando l’estate fu invasa da una canzone: Ho scritto t’amo sulla sabbia, e il vento a poco a poco se l’è portato via con sé...

Non sarà che i nostri ti amo sono rappresentati più dalle parole di questa canzone che accompagnati dalla domanda che oggi proviamo a farci? Se è sulla sabbia che scrivo i miei ti amo, basta un soffio di vento perché svaniscano. E il non ti amo più è dietro l’angolo.

Se invece è scritto nella mia anima, e con il mio ti amo voglio incontrare la tua, allora... cadrà la pioggia, strariperanno i fiumi, soffierà il vento, ma il mio ti amo non se ne va. Perché ciò che è scritto nell’anima, è scritto sulla roccia.

 

Ci auguriamo una buona estate. Con la bene-dizione del Poeta originario: Dio o la Vita, comunque ci piaccia chiamarlo. A presto.

 


[1] Genesi 1,1

[2] Kahlil Gibran, Gesù figlio dell’Uomo, 1928

 

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