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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

Uomini e donne: verso la pari-dignità-nella-differenza

 

Buone notizie

 

 

10 settembre 2017

 

 

Afghanistan, Giordania, Tunisia. Sembrava impossibile, ma è avvenuto! Accanto alle solite notizie di drammi umani – terrorismo, naufragi, stupri, femminicidi – ne arrivano di buone proprio da quei paesi dove notoriamente uomini e donne sembrano appartenere a due specie diverse: proprietari e proprietà, padroni e servi, superiori e inferiori. Disparità di diritti in nome addirittura di una religione. Un dio-maschio (!) che dà agli umani del suo stesso genere, il compito di educare, correggere, punire, tenere sottomessa l’altra parte dell’umanità. Inferiore per natura, non in grado di badare a se stessa, incapace di autogovernarsi. Oltre che pericolo per l’uomo (maschio), causa di peccato per questa creatura, nobile, forte, ma... incapace di resistere di fronte a una caviglia scoperta o a un viso non velato.

 

Cos’è avvenuto?

Tunisia, fine luglio: il parlamento approva all’unanimità la legge contro la violenza sulle donne e per la parità di genere. Tra le novità, l’abrogazione di un articolo del codice penale (227 bis) che prevedeva una sorta di ‘perdono’ per gli stupratori di una minorenne se lo stupro era seguito dal matrimonio con la vittima. La nuova legge prevede pene molto severe per gli stupratori, senza più alcuna possibilità di sfuggire; insieme con lo spostamento della cosiddetta età del consenso dai 13 ai 16 anni.

Rimangono ancora questioni aperte, come il problema dell’ineguaglianza della donna nell’asse ereditario: una proposta di riforma fu bocciata lo scorso anno con motivazioni che si rifanno alla sua... non conformità al diritto islamico – povera religione! Intanto, a dire degli esperti, la Tunisia si conferma come il paese più avanzato in materia di diritti delle donne in tutto il mondo arabo.

 

Giordania, fine luglio. La Camera bassa ha abolito l’articolo 308. Anch’esso permetteva a uno stupratore di evitare il processo e la condanna se sposava la sua vittima. Ora la nuova legge dovrà essere approvata dalla Camera alta, poi controfirmata dal Re. Ma il percorso ormai è scontato. La legge è stata approvata anche dai partiti vicini ai Fratelli Musulmani, che, però, l’hanno considerata ‘contraria alla Sharia e all’Islam’. Ancora... povera religione!

Qui rimane aperto, invece, il problema del delitto d’onore. L’anno scorso ci sono stati 36 casi di omicidi con vittime donne: in 8 il movente era l’onore di mariti, padri o fratelli che si sono sentiti in dovere di punire con la morte un comportamento disonorevole. Nel 2015 i femminicidi erano stati 39, di cui 9 per motivi d’onore.

 

Paesi incivili? Beh, a casa nostra il delitto d’onore (art. 587 C.P.) e il matrimonio riparatore (art. 544 C.P.) sono stati abrogati il 5 settembre 1981. Trentasei anni fa: l’altro ieri!

 

Ma andiamo avanti con le buone notizie.

Afghanistan. «In Afghanistan secondo le logiche tribali, il corpo di una donna appartiene a un uomo. E con esso anche il volto e il nome che lo identifica» spiega al New York Times Hassan Rizayee, sociologo afghano. «Il nome di mia madre, di mia sorella e di mia moglie è sacro, come sacro è il loro velo, simbolo del loro onore», scrive su Facebook Modaser Islami, leader di un’organizzazione giovanile.

Oggi chiamare una donna con il suo nome in pubblico è non solo vietato, ma altamente disdicevole. È addirittura un insulto. Una donna è la moglie di, la madre di, la sorella di, la figlia di. Non c’è il nome neppure sulla tomba. E una legge impedisce che sui certificati di nascita dei figli venga indicato il nome della madre.

Ebbene, a Herat nasce il movimento Where is my name (Dov’è il mio nome?) che ora sta facendo il giro del mondo sui social. Le donne afghane rivendicano la possibilità di usare il proprio nome in pubblico. Obiettivo non facile in una cultura ancora tanto chiusa nei confronti della donna: rompere un tabù e riportare il nome e l’identità delle donne al primo posto. Dar loro voce. A partire dal nome. Ce la faranno? La partenza è buona. Ma c’è bisogno di tanta forza. E di solidarietà.

 

Accanto a queste buone notizie dal mondo arabo-islamico, che nel nostro immaginario – e nella realtà, purtroppo – ha ancora tanta strada da percorrere sul piano del riconoscimento della pari-dignità-nella-differenza tra uomini e donne, teniamo sempre aperti i nostri occhi. E aperte le nostre domande sul posto che la donna occupa... a casa nostra. Come comunità civile. Ma anche, per chi sente di appartenervi, come comunità religiosa: siamo ancora piuttosto lontani dal raggiungimento, nella pratica, di quella medesima dignità che il Maestro di Nazareth sapeva riconoscere alle donne e agli uomini del suo tempo.[1] Già duemila anni fa!

 


[1] La mente e l’anima, vol. 3° pagg. 192, 270; Voce, 6.03.2016 e 18.09.2016.

 

 

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