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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

27 gennaio, il giorno della memoria

 

 

80 anni

 

28 gennaio 2018

 

«I provvedimenti sono stati accuratamente elaborati, in modo che la sacrosanta opera di difesa materiale e spirituale della razza sia assicurata in pieno, senza esitazioni né attenuazioni. [...] Con lo schema di decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri, i provvedimenti annunciati in difesa della razza italiana cominciano a prendere veste giuridica e si avviano a diventare funzionanti». Così il Corriere della Sera, 11 novembre 1938. 80 anni fa.

«Non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate». Così i nostri giornali, questi giorni.

Certo un respiro di sollievo: finalmente (!) un uomo della politica pronto a rassicurarci che la razza italiana sarà difesa e tutelata. Sì, ci mancava. Come avremmo potuto celebrare diversamente il Giorno della Memoria? E come ritrovare l’orgoglio italico che giusto 80 anni fa portò il governo del duce a scimmiottare la criminale stupidità del nazismo sulla difesa della razza?

 

«C’è ancora un fascismo – scrive Primo Levi –, non necessariamente identico a quello del passato. C'è un nuovo verbo: non siamo tutti uguali, non tutti abbiamo gli stessi diritti. Dove questo verbo attecchisce, alla fine c’è il Lager».[1]

Non siamo tutti uguali, non tutti abbiamo gli stessi diritti. Questo è il verbo che il pezzo 174517, sopravvissuto da Aushwitz, temeva. E questo è il verbo che tuttora ci sentiamo coniugare: non siamo tutti uguali, non tutti abbiamo gli stessi diritti. Ne parlammo appena due settimane fa riflettendo sul tema che Francesco ci ha consegnato quest’anno per la giornata della pace.[2]

Se pure potevamo chiederci a cosa serve ancora il Giorno della Memoria, proprio questi giorni ci viene sbattuto in faccia che non possiamo farne a meno. «Se comprendere è impossibile – scrive ancora Primo Levi – conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono essere sedotte ed oscurate: anche le nostre».

La psicologia ci dice che la nostra identità si costruisce attraverso le esperienze che s’iscrivono nella memoria. Il mio io mette le fondamenta nella memoria che giorno dopo giorno si costruisce e si consolida. Al punto che quando un incidente, o una malattia, ci fa perdere la memoria, ci ritroviamo persi. Fuori da noi stessi. Non siamo più in grado di rapportarci con gli altri, neppure con le persone a noi più vicine. Non riusciamo più a rapportarci neppure con noi stessi.

E se questo vale per ogni essere umano, questo vale anche per una società. Se perde la memoria di sé non sa più neppure riconoscersi. Non trova più le coordinate di riferimento. E procede. Ma vaga, qua e là, senza la consapevolezza di dove sta andando.

«Siamo figli di quell'Europa dove è Auschwitz: siamo vissuti in quel secolo in cui la scienza è stata curvata, ed ha partorito il codice razziale e le camere a gas. Chi può dirsi sicuro di essere immune dall'infezione?». È ancora Primo Levi.

 

Ventiquattro secoli fa Platone insegnava che «la verità è opera di uomini che discutono insieme e agiscono con benevolenza».[3] Sembra facile. Discutere insieme significa avere la forza delle proprie idee, ma anche la forza, cosa questa ancora più difficile, di ascoltare quelle degli altri. Ascoltarle e confrontarcisi. Non per berle passivamente. Non certo per adeguarci all’ottusità di chi continua a dividere bianchi da neri, ariani da ebrei, italiani da stranieri o cristiani da musulmani. Ascoltare le idee dell’altro, con la consapevolezza che nessuno può dirsi sicuro di essere immune dall’infezione che solo 80 anni fa elevava a dovere civile il fare in modo che la sacrosanta opera di difesa materiale e spirituale della razza [sia] fosse assicurata in pieno, senza esitazioni né attenuazioni.

 

In un momento di sconforto, oltre duemila anni fa, un uomo si lamentava con il suo Dio: «Non ci sono più profeti tra noi, e nessuno sa fino a quando».[4]

Anche oggi spesso ci rifugiamo in questo lamento. No. Non credo che non ci siano stati o non ci siano più profeti tra noi. Anna Frank, Etty Hillesum, Massimiliano Kolbe, Dietrich Bonhoeffer, Oskar Schindler, Giorgio Perlasca, Primo Levi... solo alcuni tra i profeti del secolo scorso.

Il punto è, credo, che la malattia, meglio, l’infezione di sempre sia un’ipoacusia, profonda e diffusa, che c’impedisce di ascoltare la loro voce.

A questo serve ancora il Giorno della Memoria. A questo serve ancora ricordare che 80 anni non sono poi così lontani da noi.


 

[1] P. Levi, I sommersi e i salvati.

[3] Platone, Lettera VII

[4] Salmo 74,9

 

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