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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

Matrimoni e separazioni. Punti di vista

 

A 7 anni e a 50

 

18 febbraio 2018

 

 

- Mamma, se tu e babbo vi separate, noi con chi stiamo? chiede Elisa, 7 anni, appena uscita dalla doccia

- Voi state con me

- Ma io voglio stare anche con babbo

- Starete anche con lui, certo. Perché mi fai questa domanda?

- Perché i genitori di Alessia si sono separati e lei piange sempre. Ma se poi si separano, perché fanno i figli?

“Non sapevo che rispondere” racconta, qualche giorno fa, una giovane donna, mamma di due bambini.

 

“Io dico che il matrimonio dev’essere a tempo: dopo dieci anni, anche cinque, scade e va rinnovato. Oppure ognuno se ne va per la sua strada. Non è sano pensare per sempre. Che devi stare per sempre con quella persona. Ma chi l’ha inventato?”. Più o meno queste sono le parole che Anna, 50 anni, mette sul tavolo mentre stiamo mangiando, con un gruppo di amici.

Due punti di vista. Una bambina e un adulto. Due mondi? Sì, forse proprio due mondi. Il problema è che sono due mondi che vivono insieme e sembrano guardare la vita con occhi tanto diversi. Opposti, si direbbe.

 

Non so voi cosa avreste risposto ad Elisa. La sua obiezione non sembra fare una piega. Eppure sempre più, oggi, ci troviamo di fronte a queste situazioni. Sempre più i bambini devono affrontare separazioni. Che essi, però, chiamano con un’altra parola: abbandoni.

Dall’altra parte anche le riflessioni di Anna hanno il loro valore. Sono il risultato di un’esperienza di vita. Di quell’esperienza che ti fa sentire, certe volte, quanto sia difficile continuare una relazione che si sta sfaldando. Che abbiamo lasciato sfaldare. Magari senza essercene neppure accorti. Se non quando lo strappo è ormai irreparabile.

A suo modo ha ragione Anna: il matrimonio ha bisogno di essere rinnovato. Ogni matrimonio, per vivere, richiede alimento. E alimento non possono essere i figli, questo è certo. Alimento può essere solo la cura che entrambi i coniugi mettono in campo, l’uno per l’altro. E, insieme, per loro due. Al di là dei figli.

Sì, al di là dei figli. Perché non possono le loro spalle reggere e sostenere il peso, la fatica molte volte, della cura reciproca. Che è fatta di attenzioni, di tempo condiviso, di ascolto, di silenzi, di dialogo. I figli possono aiutarci, se sappiamo guardarli. Ma i figli hanno bisogno di trovare un terreno sufficientemente fertile sul quale depositare la loro energia. E i loro bisogni.

 

Più volte ci siamo detti che un bambino, quando arriva, amplifica ciò che trova nella coppia dei genitori. Una relazione sufficientemente aperta e vitale riceve ossigeno e forza dalla presenza di un figlio. Come, però, una relazione troppo fragile o traballante rischia di sfaldarsi a contatto con l’energia di vita che questi porta. Sembrano a proposito le parole di quel maestro di psicologia ante litteram che era Gesù di Nazareth. In una delle tante discussioni con i farisei del suo tempo, in un contesto del tutto diverso, disse con molta fermezza: “Nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri, e si perdono vino e otri. Ma vino nuovo in otri nuovi”. Dovevano essere arrivate così forti queste parole che ce l’hanno riportate tutti e tre, sia Marco sia Matteo sia Luca.[1]

 

Il bambino non lo sa, ma è davvero vino nuovo che entra in una famiglia. Tra due adulti che, chiamandolo in vita, gli chiedono di diventare genitori. Anche genitori. Perché non possono dimenticare di essere coniugi. Ma non dimenticare questo non è compito di un figlio: lui non lo sa che i suoi genitori hanno progettato una vita insieme prima ancora che arrivasse. E in questo progetto c’erano parole forti. Belle. Ma anche molto impegnative. Per sempre, si dicevano.

Sì, Anna, queste parole – per sempre – diventano necessarie quando si decide di costruire un progetto di vita con un’altra persona. Nessuno riuscirebbe ad entrare in un progetto così alto, come la condivisione della propria vita, se queste parole non ne sono cornice. È vero, molte volte poi sfumano. Si pèrdono. Ma dal momento che la mia vita è la cosa più preziosa che possiedo, decidere di metterla in società con un'altra persona richiede tanta più forza e tanta più responsabilità, verso me stesso e verso l’altro, di quanta non ne richieda, per esempio, l’investire i miei soldi in un progetto di lavoro che condivido con i soci.

 

Non so voi, ma a me sembra che entrambe, Elisa e Anna, in momenti così diversi della vita, e con pensieri così lontani, mostrano una parte di verità. Un matrimonio ha davvero bisogno di vedersi rinnovato, giorno dopo giorno, altrimenti non può che scivolare verso... un contratto a tempo determinato. D’altra parte un figlio non può che dire: ma perché m’avete chiamato a stare con voi se poi voi ve n’andate uno da una parte e una dall’altra?

 


[1] Marco 2,22; Matteo 9,17; Luca 5,37.

 

 

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