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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

Il mondo in scatola. Imprigionati dallo smartphone

 

Namastè

 

15 aprile 2018

 

 

È il saluto con cui l’India, il Nepal o il Tibet ti accolgono. Le mani unite sul petto e un inchino verso la persona che incontri. M’inchino a te possiamo tradurre. L’antico sanscrito, nel suo significato più profondo, dice: il divino che è in me s’inchina al divino che è in te. Così, nei nostri incontri, ci salutavamo prima d’iniziare qualunque conversazione e prima di lasciarci, dopo aver condiviso qualche momento, breve o lungo che fosse.

 

Questi giorni mi ha colpito un’osservazione di Messner, il primo a salire sull’Everest senza ossigeno. Lasciamo da parte, per oggi, l’amarezza di vedere il degrado di certe zone himalayane, campi base che hanno più rifiuti di un cassonetto. Aree divenute meta commerciale di presunti alpinisti che, pur di raggiungere le grandi altezze, non disdegnano di farsi trascinare da sherpa costretti a vendersi ai loro dollari. Nuove vittime di un benessere effimero. “L’ultima volta che sono andato in Nepal – dice Messner – per la prima volta la gente non congiungeva più i palmi delle mani dicendo Namastè. Perché? Perché in mano hanno tutti il cellulare e osservano il mondo attraverso il Web. Se hai le mani occupate non puoi unirle per salutare. L’addio a quel gesto è il congedo dalla sapienza millenaria, sorgente della spiritualità. Anche il loro pensiero è appiattito, sull’istante. Come il nostro, subito cancellato dal successivo. Chi non dice Namastè ha perso il contatto con l’essere profondo della vita”.

 

Possibile che non riusciamo a coniugare insieme il piacere per il progresso tecnologico e la capacità di conservare il contatto umano? E, soprattutto, il contatto con noi stessi? Così fragile sembra il nostro equilibrio. Così instabile. Da essere messo in crisi da aggeggi che aggrediscono gli occhi con lucine sfavillanti. Che catturano l’attenzione. Che imprigionano lo sguardo. Incapace di svincolarsi e ritrovare la libertà di accogliere chi ti sta di fronte. Di gustare l’orizzonte, esso sì pieno di luce. Vera. Luce che terra, cielo e alte montagne sanno coniugare per donare respiro all’anima.

Osservare il mondo attraverso il Web. Tristezza. Sconforto. Sensazione di perdita. Irreversibile? No, spero. Ma di sicuro lì lì per raggiungerci.

 

Namastè, Shalom, Salām, Ciao... qualunque sia il nostro saluto, sono parole d’incontro. D’incontro tra umani. Incontro di sguardi e di mani che si toccano. Se, però, le mani e gli occhi, catturati da lucine artificiali, sono incapaci di sollevarsi e di andare incontro agli occhi e alle mani dell’altro, non ci rimane che il saluto digitale. Un WhatsApp, un sms. Incapaci di trasmettere calore e vicinanza. I tuoi amici allora, le persone che ti pensano e ti desiderano rimangono fuori dal tuo sguardo. E il campo dell’intimità, fatto di odori, di sguardi, di contatti, lascia il posto al campo elettromagnetico delle nuove protesi.

Fareste l’amore via Web? Sì, sesso digitale ne facciamo. Pure molto. Ma l’amore è altra cosa. È contatto di anime. E di corpi. Il sesso digitale è meccanica allo stato puro. È disconnessione. Dall’altro. E da noi stessi. Com’è disconnessione dal mondo reale guardarlo attraverso lo schermo di uno smartphone o di un tablet.

 

Eppure ci stiamo abituando alle connessioni meccaniche. Strano, le chiamiamo connessioni, alimentando un inganno che prima o poi farà sentire tutto l’abbraccio asfissiante. Come un anaconda. Che non t’inietta veleno, ma dopo averti avvolto tra le sue spire ti riscopri incapace di qualsiasi movimento. Prigionia irreversibile. E mortale.

Dipendenza la chiamiamo. Meglio, così dovremmo chiamarla. Ma non abbiamo il coraggio di riconoscerla. Nomofobia la chiamano gli esperti (no-mo[bile]-fobia: panico da assenza di connessione). Mi richiama tanto il mondo della tossicodipendenza in cui il consumatore abituale di coca si ritiene pulito. Tossico-dipendente? Quando mai. Lui è in grado di smettere quando vuole – tanto sa che non lo farà mai – e guarda il povero eroinomane dall’alto in basso: perché quest’ultimo sì è un tossico, si buca, si nasconde... lui invece è pulito. Un colletto bianco. E anche quando non sarà più in grado di affrontare neppure il lavoro quotidiano senza la sostanza, lui sarà... sempre pulito.

 

Ecco. Noi non congiungiamo le mani per salutare un amico. Né diciamo Namastè. Ma le nostre mani sono ugualmente occupate. Guardiamoci intorno. Guardiamo le persone per strada. O in una sala d’attesa. Quante hanno ancora le mani libere dallo smartphone? Guardiamo i nostri ragazzi: quanti minuti passano, nell’arco dell’intera giornata, senza avere le mani incollate a questa protesi?

Dipendenti? A voi, a noi... l’ardua sentenza.

 

 

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