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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

Quando l’istituzione rischia di soffocare lo spirito

 

Grazie, Olmi

 

20 maggio 2018

 

 

“Dicono: Olmi è cattolico. Io dico: no, aspirante cristiano!” così Ermanno Olmi amava dire di sé.

«Una volta ogni cent’anni Gesù di Nazareth incontra Gesù dei cristiani, in un giardino tra le colline del Libano. E parlano a lungo. E ogni volta Gesù di Nazareth si allontana dicendo a Gesù dei cristiani: “Amico mio, temo che noi non andremo mai d’accordo, mai”».[1]

 

Contraddizioni? A qualcuno suoneranno come un’eresia. O uno scandalo. In me queste parole si sono richiamate a vicenda riascoltando, in un flash di questi giorni, il regista che ci ha lasciati.

Quante volte sentiamo persone che dicono di essere credenti, ma non praticanti. E quante volte, leggendo i Vangeli, incontriamo un Gesù a noi sconosciuto.

Passaggi difficili. Incrostazioni lasciate depositarsi sull’annuncio vivo e vitale del Maestro di Nazareth. Qualche settimana fa lo ricordavamo.[2]

I capi religiosi del suo tempo, maestri autoreferenziali, erano arrivati a mettere insieme ben 613 precetti (mitzevòt), dividendoli ossessivamente: 248 obblighi e 365 proibizioni. Che tutto il popolo, se voleva essere fedele a Yahwèh, doveva rigorosamente rispettare. Il rapporto con Lui era diventato una sorta di slalom tra un precetto e un altro, con il rischio d’incappare sempre in qualche paletto. E il povero Dio, creatore e padre di tutti, il cui nome era Misericordia, cura e affetto (Rachamìm), veniva ridotto a un giudice-padrone, pronto sempre a coglierti in fallo. Poteva tuttalpiù volerti bene se ti comportavi bene. Ma pronto a punirti non appena sgarravi.

E riferendosi alle autorità del suo tempo, che con la pretesa di definire leggi e regole nel rapporto con Dio, avevano ostruito, con la religione, ogni via d’accesso verso un incontro filiale con il Padre-e-Madre di tutti, Gesù non poté fare a meno di dire: “Legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito”.[3]

 

È qui, credo, che Gesù di Nazareth che ascolta Gibran sulle colline del Libano non si riconosce nel Gesù dei cristiani. Lui non era un cristiano, né di cristiani ce n’erano. Solo successivamente, qualche decennio dopo la sua morte e resurrezione, ad Antiochia per la prima volta i discepoli sono chiamati cristiani.

Niente di male in tutto ciò. Anzi, direi che il nome è pure bello: indica i discepoli del Cristo (= Consacrato). I suoi. Il problema è che anche noi cristiani, nel momento in cui siamo scivolati in una religione istituzionalizzata – intorno al III-IV secolo –, siamo caduti in un labirinto di leggi, di regole e di dottrine. Perdendo di vista la novità che Gesù aveva portato. Una novità sconvolgente, certo, ma una novità liberatrice.

Dio è buono con i buoni e severo con chi gli disubbidiva, dicevano i maestri del suo tempo. Dio è amore e solo AMORE, insegnava Lui. Questo è il Vangelo: la Buona (eu) notizia (anghelìa). Tutta la legge, tutte le leggi, le regole, i precetti sono racchiusi in un solo comandamento: tu sei nell’Amore di Dio. Vivi quindi nel Suo amore con il tuo cuore, con le tue forze e con la tua mente, e vivi nell’amore verso il prossimo come con te stesso.[4] C’è una sola parola nell’insegnamento di Gesù: Amore.

 

Poi, nel proseguire della sua storia, la comunità-istituzione (chiesa) ha incontrato tante difficoltà. Divisioni. Conflitti. E in questo contesto nascono parole che anziché favorire l’unità nell’Amore, come aveva indicato Gesù, vanno ad accentuare divisioni. Cattolici (la chiesa ‘universale’) e Ortodossi (la chiesa che ha la ‘giusta dottrina’) sono alcune di queste.

Forse era quest’aspetto che faceva dire a Olmi cattolico no, aspirante cristiano. Credo che volesse indicare il cammino che cercava di percorrere nella sua vita: ritrovare l’incontro con il Gesù delle origini. Con quel Gesù di Nazareth, quello che ci ha portato la Buona Notizia (il Vangelo), che Gibran vede imprigionato nel Gesù dei cristiani. In quel Gesù che dopo secoli, purtroppo, ci ritroviamo deformato. Rinchiuso in una religione che rischia di presentarsi assai simile a quella dei suoi tempi. Una religione dove dottrine e regole tendono a prevalere, soffocando il Vangelo, e contribuendo così a rafforzare più le divisioni che l’unità.

 

Anche Gibran ci ha lasciati. Mi piace immaginare l’incontro faccia a faccia con Gesù. Mi pare di sentire Gesù di Nazareth che gli stia dicendo: guarda giù, vedi quanto movimento c’è oggi tra i miei discepoli. Non ti pare che tanti di loro, anche con la guida di qualche pastore buono, mi stanno ritrovando? Vedrai, fra un po’ dovrai scendere sulla terra e aggiornare i tuoi scritti: al prossimo incontro con il Gesù dei cristiani io e lui ci daremo la mano. E ci ritroveremo... uniti.

 


[1] Gibran, Sabbia e onda, 1926

[2] Voce, 25.03.18

[3] Matteo 23,4

[4] Cfr. Marco 12,30-31

 

 

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