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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

Il giorno del matrimonio. Gli auguri degli amici

 

Arbeit macht frei

 

1 luglio 2018

 

No, non sono così dotti da sapere cosa significa. Né l’hanno scritto in tedesco, ma in puro italiano. Anzi, dovresti apprezzare che stavolta si sono risparmiati le solite battute dialettali e più o meno sconce... Qualcuno mi dirà così, lo so. Ma che volete farci? Quando un amico mi ha chiamato per dirmi di quanto si era trovato davanti mentre attraversava una rotatoria, non ho potuto fare a meno di fare questa associazione.

Cos’è successo? Il giorno del matrimonio, come al solito, gli amici si dilettano a scrivere su lunghi striscioni di plastica frasi più o meno d’effetto. Non sempre di buongusto, a volte addirittura piuttosto volgari. E li piazzano lungo il cammino, di lui o di lei, prima che raggiungano la chiesa o il comune dove poi si sposeranno. Stavolta avevano scritto IL LAVORO RENDE LIBERI e, a fianco, IL MATRIMONIO NO.

Che volete? In fondo sono battute da bar. Nient’altro. Forse. Ma io non ho potuto fare a meno di ritrovare nella memoria quelle terribili e odiose parole che davano il benvenuto ai deportati ad Aushwitz o luoghi fratelli. Esagerato? Forse. Il matrimonio peggio di... Dachau?

 

Già un’altra volta incontrammo questi striscioni, riflettendo sul matrimonio, e sulle possibili ragioni che ne vedono calare di continuo il numero.[1] Allora avevamo provato a mettere in discussione la ragione che più spesso ci sentiamo dire da tanti giovani: non abbiamo i soldi. Come se fare un matrimonio fosse come dover acquistare una casa o un’auto di lusso. È vero che ci siamo costruiti condizionamenti tali che se il mio matrimonio ha meno invitati del tuo, o il mio vestito – di lei, soprattutto – è meno elegante e costoso del tuo, non mi resta che vergognarmi e sentirmi umiliato. Ma io credo – e questo è quanto m’insegnano soprattutto le giovani coppie non sposate che incontro nel mio studio – che la ragione più profonda sia un’altra. Potremmo sintetizzarla così: E se un giorno dovremo separarci? Tu lo sai quanto costa un divorzio. E quanto tempo ci vuole. Se non siamo sposati, ognuno torna a casa sua. Senza problemi. E chi s’è visto s’è visto! Metteteci una pezza. Il ragionamento non fa acqua. Da nessuna parte. O, almeno, così sembra.

 

Se ora ne avete la forza, proviamo ad entrarci dentro. Anche se so che il viaggio, pur breve, non sarà piacevole. Per ciò che vi troveremo.

Cosa vi troveremo? Due parole almeno: precarietà e superficialità.

 

Precarietà sembra essere la parola che invade gran parte delle nostre esperienze. Soprattutto gran parte del nostro quotidiano. Il rapporto tra i giovani e il lavoro, oggi, ne è sempre più colorato. La situazione economica è traballante. Lo spread, fluttuante, quando si sveglia ci rende insonni. Perfino la politica sembra aver perso quella forza che l’ideologia, pur con tutti i suoi limiti e condizionamenti, sapeva tenere in piedi, sostenendo quell’energia necessaria per combattere in nome di valori. Valori anche opposti. Neanche scritti certe volte in leggi o disposizioni, ma scritti e radicati negli animi dei cittadini. Di destra o di sinistra, erano i princìpi che guidavano le scelte. Oggi sembrano essere più i sondaggi che i valori ad orientare il mondo della politica: più i numeri sono alti, più loro vanno avanti; basta un calo di qualche decimale che già inizia la crisi e si cambia direzione.

Questa precarietà, per tornare al discorso di oggi, s’insinua anche nelle relazioni personali. Nelle relazioni affettive. E quel progetto d’unione e d’amore al quale possiamo dare il nome di matrimonio, cambia direzione e diventa convivenza. Pura convivenza. Perché se poi un giorno dovremo lasciarci... Sì. È qui il punto. Ci mettiamo insieme. Decidiamo di condividere la vita. Ma... non si sa mai. Lasciamo aperto uno spiraglio. Senza renderci conto, però, che uno spiraglio aperto, una feritoia appena segnata possono crescere e diventare una valanga.

 

Superficialità, poi dicevo. Molte delle coppie che decidono di convivere piuttosto che sposarsi – perché non si sa mai – a un certo punto decidono di fare un figlio. Cosa bellissima. Progetto straordinario. È un offrirsi come collaboratori della Vita. Per un credente potremmo dire collaboratori di Dio. Ma chiediamoci: un figlio non è per tutta la vita? Genitori non lo si è per sempre? Perché allora continuiamo a coltivare nel cuore quel se poi un giorno dovremo lasciarci? A che serve? Glielo diciamo a quel bambino che abbiamo chiamato alla vita: oggi ci siamo, ma domani... Cosa gli diciamo: se poi un giorno dovremo lasciarci... cavoli tuoi?

Questo io chiamo superficialità. Fare un figlio è un impegno per la vita. Perché allora non posso condividere quest’impegno con la persona che amo?

 

Il lavoro rende liberi. Il matrimonio di più. Perché ti permette di guardare avanti. Con fiducia. In te e nella persona che ami. È vero, si può forare lungo la strada, ma chi di noi, partendo per un viaggio, cammina nell’attesa continua di quando forerà?

 


[1] La mente e l’anima, vol. 4, pag. 254.

 

 

 

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