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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

Riscoprire il senso della Verginità di Maria e di Giuseppe

 

Scienza e fede in dialogo

(2)

 

30 settembre 2018

 

 

C’eravamo lasciati dicendo che, quando parliamo di verginità, dobbiamo coglierne due aspetti: uno biologico e uno spirituale.

 

Se ne parliamo nel primo senso, cioè con riferimento al concepimento di un figlio senza l’elemento maschile, dobbiamo tener conto delle conoscenze della biologia.

Duemila anni fa ritenevano che nel concepimento di un figlio non ci fosse nessun apporto da parte della donna. Era il solo seme maschile che conteneva in sé tutta la potenza generativa. La donna era soltanto il contenitore nel quale il seme che l’uomo vi deponeva poteva svilupparsi fino a diventare un bambino. La scienza medica non conosceva l’ovulo femminile, né conosceva lo spermatozoo maschile. Non è un caso che in tutta la letteratura antica, nella Bibbia come in altre opere, se una coppia non aveva figli, la causa era sempre attribuita alla sterilità della donna. Ciò che oggi sappiamo rispetto alle problematiche d’infertilità maschile, per esempio, era semplicemente impensabile allora. La sola cosa che erano in grado di cogliere era che l’uomo il suo seme lo deponeva sempre nel corpo della moglie, quindi, se il figlio non nasceva, la responsabilità poteva essere soltanto di lei: era il suo corpo che non funzionava.

Dentro questo quadro di conoscenze possiamo dire che era relativamente facile conciliare l’idea di un concepimento verginale con un intervento straordinario della divinità che, in un qualche modo, deponeva il proprio seme nel corpo di una donna. Anche del Buddha, come di altri personaggi, la tradizione parla di concepimento verginale, avvenuto per un intervento straordinario del Cielo.

In duemila anni di storia abbiamo fatto passi straordinari in quest’ambito. E l’evoluzione della biologia, oggi, ci pone davanti a domande nuove, cui da una parte non possiamo sfuggire, ma che, soprattutto, arricchiscono il dialogo tra il biologo e il teologo. In altre parole, tra la scienza e la fede.

 

Perché sottolineo questi aspetti? Perché un pensiero che non possiamo permetterci di perdere di vista è che le scienze umane (biologia, fisica, medicina, sociologia, psicologia, matematica, astronomia, ecc.) sono vie preziose e irrinunciabili per progredire nella conoscenza dell’uomo e del mondo. Diventa necessario dunque anche saper cogliere l’aiuto che ciascuna di esse può offrirci per la comprensione di quanto la riflessione teologica, con i suoi strumenti, elabora e ci propone. Sappiamo bene che le diverse discipline non possono contraddirsi. Esse possono integrarsi. Anzi, devono integrarsi, dal momento che ciascuna è in grado di cogliere un aspetto particolare della realtà, e solo nel dialogo e nel confronto reciproco segnano la strada per un avvicinamento sempre più prossimo alla Verità.

 

Un esempio di dialogo. Di fronte a fatti straordinari, che solitamente diciamo miracoli, che accadono in alcune circostanze – in un santuario, per esempio, o nel corso di un processo di beatificazione, o in altre situazioni – la chiesa, prima di riconoscerne la straordinarietà, apre il dialogo con la scienza medica e le chiede di analizzare con i suoi strumenti quanto è accaduto. Dovrà dirci prima di tutto se questa persona, prima malata, ora è davvero guarita. Se un danno neurologico le impediva di camminare, per esempio, questo danno è scomparso, i suoi organi si sono ricostituiti nella loro integrità? Se c’era una massa tumorale non più debellabile con le cure mediche, essa ora è scomparsa, e gli organi, prima danneggiati, hanno ripreso la loro normale funzionalità? Poi dovrà dirci se e quanto quella guarigione non sia attribuibile a terapie, mediche o chirurgiche, che la scienza oggi è in grado di mettere in atto. Solo quando la medicina ne definisce l’effettiva guarigione e la straordinarietà, la chiesa riconosce nel fatto un intervento particolare di Dio.

 

Torniamo ora al nostro discorso. E vediamo quali sono le domande che la biologia oggi, con le sue conoscenze, ci pone di fronte al pensiero del concepimento di un bambino senza l’apporto di un uomo. Se duemila anni fa ritenevano che il solo seme maschile aveva in sé tutta la potenza generativa, e l’apporto della donna era soltanto di essere un contenitore di tale potenza, oggi sappiamo invece che è solo nell’incontro tra l’ovulo femminile e lo spermatozoo maschile che può nascere una vita. Quando nasce un bambino, quindi, la scienza si chiede: quale spermatozoo e quale ovulo hanno dato origine al suo concepimento e alla sua nascita?

La settimana prossima ascolteremo alcune ipotesi di risposta e vedremo di trarne delle possibili conclusioni.

(2/3. continua)

 

 

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