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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

8 marzo: un giorno difficile, ma prezioso e necessario

 

Eva

 

10 marzo 2019

 

 

«Non permetto alla donna d’insegnare, né di dominare sull’uomo, ma stia in silenzio. Prima infatti è stato formato Adamo, poi Eva; e non Adamo fu ingannato, ma chi si rese colpevole di trasgressione fu la donna, che si lasciò sedurre».[1] «L’uomo è immagine e gloria di Dio, mentre la donna è gloria dell’uomo. Infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo».[2]

Chi dicesse oggi parole simili, lo diremmo retrogrado. Vecchio. Maschilista. Certo fuori dal contesto culturale in cui ci muoviamo nel civile mondo occidentale. Eppure non è così. Meglio. È così sul piano teorico. Perché sul piano pratico, quello della vita concreta e quotidiana, queste parole le teniamo ancora a fondamento di tanti nostri comportamenti. E atteggiamenti. In famiglia. Nella società civile. Perfino nelle religioni.

 

Così scriveva Paolo di Tarso ai cristiani di Corinto e al suo collaboratore Timoteo. Paolo, l’apostolo delle genti, colui che intorno alla metà del primo secolo ha dedicato la vita a esportare il cristianesimo, soprattutto nel mondo pagano. Che Paolo, fariseo osservante e modello di coerenza con la sua tradizione culturale, potesse esprimere questi pensieri, non fa meraviglia. Meno ancora scandalo. Non possiamo chiedere ad un uomo di uscire radicalmente dalla sua cultura e dalle sue tradizioni. La Torah (la Bibbia) era per lui la fonte della conoscenza. La sorgente della Legge di Dio e Parola immutabile e sacra.

Era impensabile ai suoi tempi che la Genesi parlasse un linguaggio mitico nel descrivere l’origine dell’umanità e dell’universo. Incomprensibile, allora, che immagine di Dio non fosse l’uomo (maschio) soltanto, ma l’uomo in quanto uomo-e-donna. È nei secoli successivi, in particolare nel secolo scorso, che la riflessione teologica e gli studi biblici hanno iniziato a cogliere lo stimolo che le varie scienze, con le scoperte sull’origine dell’universo e sull’evoluzione delle specie, ponevano sul tavolo della conoscenza. Facendo partire così un dialogo ricco e fecondo, nella reciprocità, per gli uni e per gli altri.

 

Perché oggi, 8 marzo, giornata di riflessione sulla presenza della donna nella società, sono partito da così lontano? Perché quei pensieri, che ci sono arrivati attraverso venti secoli di cristianesimo, hanno contribuito a trasmettere e consolidare stereotipi e pregiudizi sulla relazione uomo-donna tuttora attuali. Il fatto che ci arrivassero attraverso testi che fanno parte della Bibbia, ha fatto sì che venissero presi come parola-di-Dio. Quindi immutabile e intoccabile.

Ma oggi noi cristiani sappiamo che la Bibbia non è la parola-di-Dio: la Bibbia contiene la parola-di-Dio. Ciò significa che spetta a noi porci in ascolto di fronte ad essa, per poterla scoprire, cogliere e comprendere attraverso lo studio, la riflessione, la meditazione.

 

L’8 marzo dà a noi cristiani – ma io direi, a noi donne e uomini del XXI secolo, indipendentemente dalla condivisione o meno di un pensiero religioso – l’opportunità di riflettere su quegli stereotipi culturali, quei pregiudizi che da secoli, da millenni, continuiamo a portarci dietro. Stereotipi culturali (dal greco stereòs, solido, forte e tỳpos, immagine, impronta) sono quei pensieri che, inconsapevoli, collochiamo a fondamento dei nostri atteggiamenti e comportamenti. Sono pre-giudizi. Cioè un giudizio, una valutazione già dati e consolidati prima ancora di aver operato una riflessione e un confronto diretto con la realtà.

 

Oggi nessuno direbbe più che la donna è inferiore all’uomo. Ma se guardiamo la concretezza della vita, rimane difficile continuare a dirci la bugia che abbiamo costruito una società in cui regnano pari dignità e pari opportunità, nel rispetto della differenza. Tre parametri che, se guardiamo con onestà, ci costringono a riconoscere che di strada ce n’è ancora tanta da fare.

Solo tre esempi. Nella società civile: la carriera nel mondo del lavoro non è ancora appannaggio prevalente dei maschi? In famiglia: non spetta ancora alla donna il doppio e triplo lavoro (quello professionale, la cura della casa e la cura dei figli)? Nella chiesa: non sono ancora cose-da-uomini il governo e la guida, perfino il sacerdozio ministeriale?

 

Lasciamo pure a Paolo i suoi pensieri di duemila anni fa. Cercando, con gratitudine e rispetto, di cogliere nei suoi scritti la profondità del messaggio cristiano, pur confuso a volte con il limite, inevitabile, dei condizionamenti culturali. Ma proviamo a non nasconderci dietro al dito di una presunta Parola Rivelata per coprire il nostro poco coraggio nel lavorare per la costruzione di una società di donne e uomini pienamente liberi da condizionamenti vecchi e obsoleti.

 

[1] 1 Timoteo 2,13-15

[2] 1 Corinti 11,8-10

 

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