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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

Da 60 anni il Tibet è sotto il dominio della Cina

 

Il giorno della vergogna

 

24 marzo 2019

 

10 marzo 1959, grande sommossa del popolo tibetano soffocata nel sangue dall’esercito della Cina di Mao. Da allora il Tibet ha perso la sua libertà e la sua autonomia. Nel silenzio del mondo. Di tutto il mondo. Occidentale e orientale. Del nord e del sud del pianeta. Del mondo capitalista e di quello socialista. Perfino del mondo delle religioni. Indifferenti anch’esse. Alcune perché non sanno guardare oltre la propria ansia espansionistica, altre, anche più grandi e numerose, perché ancora prigioniere della ‘ragion di stato’. Chi tocca la Cina... muore.

Chi sa se un giorno, accanto al 27 gennaio giorno della memoria, al 10 febbraio giorno del ricordo, riusciremo a dire 10 marzo giorno della vergogna! La vergogna del mondo. Che da allora, Nazioni Unite comprese, ignora beatamente il dramma di questo antico popolo. Ah, dimenticavo, anche piccolo e povero popolo. Senza petrolio né diamanti. Senza carri armati né armi nucleari.

Si racconta che Stalin un giorno chiese di quante divisioni disponesse il Vaticano. Non risulta che Mao si sia fatto una domanda analoga rispetto al Tibet. Certo è che le sue guardie rosse non hanno faticato tanto per occuparlo. Il popolo tibetano era ricco soltanto della sua cultura, delle sue tradizioni e della sua spiritualità. Il problema è, ci ricorderebbero subito certi nostri illuminati politici, che con la cultura e la spiritualità non si mangia. Non si accresce il PIL. Meno ancora si fa salire il consenso nei sondaggi.

Perché allora preoccuparcene tanto?

 

Dal 1959 il Dalai Lama e più di 100mila tibetani sono costretti all’esilio. Ma il dramma del Tibet, isolato e ignorato dal resto del mondo, sta anche nel fatto che non solo ha dovuto e deve subire l’invasione e il controllo militare e politico della Cina, ma ora sta subendo la colonizzazione da parte dei cittadini cinesi, incoraggiati a recarsi in quella terra e andarci a vivere. Per portarvi la propria cultura. Con lo scopo di isolare e soffocare la cultura, le tradizioni, perfino la lingua della popolazione locale. Il problema dei coloni nel medio oriente tiene col fiato sospeso gran parte del mondo. I coloni cinesi che invadono il Tibet... chi li vede? Chi li conosce? Chi se ne occupa? Chi tocca la Cina... muore.

Entrate a Lhasa, la capitale. Vedete subito i segni dell’inquinamento culturale che vi hanno operato. Rimane sì e no qualche tempio, ricostruito a fini turistici, dopo essere stato distrutto nel ’59. Vedete il Potàla, il palazzo, centro della spiritualità e della cultura tibetana, lì. Isolato. Come un leone in gabbia. Circondato da grandi piazze e sontuose costruzioni moderne che ostentano benessere, lusso e cattivo gusto.

 

E il mondo? Pronto sì a giocare alla guerra tecnologica o alla guerra dei dazi con la Cina. Ma guai a nominare il problema Tibet. È proibito perfino ricevere il Dalai Lama: un governo che osasse farlo verrebbe considerato ostile al popolo cinese. E dire che ce ne sarebbero di ragioni per far sentire alla Cina la voce del mondo: si pensi anche soltanto allo stato dei diritti umani sotto il governo di Xi Jinping (che proprio questi giorni è venuto in Italia!) e dei suoi predecessori, fin dai tempi della rivoluzione culturale di Mao. Ma chi tocca la Cina... muore.

L’ultima perla: in occasione dell’anniversario dell’invasione militare la Cina ha sigillato ulteriormente il Tibet proibendo, per tutto il mese di marzo, l’ingresso ai potenziali turisti. Quando si dice... coraggio. O, forse meglio, coda di paglia.

Non c’è modo di ribellarsi al dominio cinese: in questi sessant’anni più di 160 tibetani si sono immolati nel fuoco in segno di protesta. E ogni volta che succede, la famiglia della vittima e tutto il villaggio ne sono considerati responsabili. Con le immaginabili conseguenze. Non ultima i cosiddetti campi di ri-educazione.

 

Una luce di speranza? Mah. Nel dicembre scorso il Congresso Americano ha approvato il Tibet Reciprocal Access Act: la stessa apertura e libertà di movimento che la Cina permetterà alla stampa internazionale in Tibet, sarà riconosciuta alla stampa cinese in territorio americano. Funzionerà? Vedremo. Certo è che, anche dovesse realizzarsi questa reciprocità che il documento dichiara, rimane completamente aperta la questione dell’indifferenza del mondo di fronte alla prepotenza di un paese, grande, potente e ricco come la Cina, che può permettersi di invadere un altro paese, libero, ma povero, come il Tibet, e di ridurlo a una sua provincia. Impunemente. Nel silenzio di tutti.

So che un giorno, quando il mondo avrà più coraggio, l’ONU potrà dire: 10 marzo, giorno della vergogna. Quel giorno, finalmente, apriremo la strada per un Tibet di nuovo libero.

 

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