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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

Quando ogni pudore viene abbandonato pur di accaparrare voti

 

Gott mit uns

 

26 maggio 2019

 

 

Niente di originale, per la verità. Già altri arruffa-popoli, più o meno piccoli e meschini, non si facevano scrupolo d’invocare il nome di Dio o di qualche suo santo pur di raggiungere il potere cui anelavano.

Famoso rimane Enrico IV, fine ’500, con il suo Paris vaut bien une messe (Parigi val bene una messa). E pur di sedere sul trono di Francia si convertì subito al cattolicesimo.

Deus vult (Dio lo vuole), da Pietro l’Eremita a Urbano II, era il pensiero-guida per arruolare re, soldati e cavalieri per liberare i luoghi santi [dei cristiani] dal dominio musulmano. Le crociate. XI secolo.

Gott mit uns (Dio è con noi) portavano scritto le SS sulla fibbia dei loro cinturoni, intorno a un’aquila con una svastica tra gli artigli. Quasi novant’anni fa Hitler vinceva le elezioni tedesche. E senza alcun ritegno, nella sua Mein Kampf più volte s’era richiamato al nome di Dio, fino a pregarlo: «Dio onnipotente, benedici un giorno le nostre armi, sii giusto come sempre fosti; giudica ora se meritiamo la libertà; Signore, benedici la nostra lotta». In quello stesso anno un grande teologo, Dietrich Bonhoeffer, invitato a tenere una conferenza alla Berliner Funkstunde, mise in guardia il popolo dal rischio che «il Führer, ossia colui che guida un popolo, possa diventare un Verführer, ossia un seduttore, o più precisamente colui che travia il popolo». Ma la sua conferenza fu interrotta; lui non potrà più parlare pubblicamente; e il 9 aprile del ’45 verrà impiccato con l’accusa di aver complottato contro Hitler.

Scriveva Enzo Biagi a proposito Dio: «Gott mit uns. Hitler lo aveva arruolato. Per fortuna disertò».

Piccoli o grandi del passato. Ma sembra che la storia ami ripetersi e noi, pur orgogliosi di tanto progresso tecnologico, ricadiamo nelle stesse meschinità. E nelle stesse trappole.

 

«Ci affidiamo a voi, alle donne e agli uomini di buona volontà. Ci affidiamo ai sei patroni di questa Europa, a S. Benedetto da Norcia, a S. Brigida di Svezia, a S. Caterina da Siena, ai SS. Cirillo e Metodio, a S. Teresa Benedetta della Croce. Ci affidiamo a loro, affidiamo a loro il destino, il futuro, la pace e la prosperità dei nostri popoli. E io personalmente affido l’Italia, la mia e la vostra vita, al Cuore Immacolato di Maria che son sicuro ci porterà alla vittoria...».

Non è l’omelia di un prete o del presidente dei vescovi italiani. No, è uno spicchio del discorso che il nostro ministro della paura, alias Ministro degli Interni, esperto seminatore di zizzania e di odio etnico, ostentando un rosario nella mano destra, ha fatto al suo popolo in Piazza Duomo, a Milano, sabato scorso, nella campagna elettorale per le europee di oggi, 26 maggio.

Grazie a Dio, in democrazia c’è libertà di parola. E di pensiero. E in nome di questa libertà non possiamo non riconoscere anche ad un uomo politico il diritto a dire falsità e contraddizioni. A dire delle cose e farne altre. In pieno contrasto. E con totale incoerenza.

 

Una cosa, semplice, però, mi piacerebbe che qualcuno ricordasse al nostro Ministro-con-il-rosario-in-mano. Quella Maria al cui Cuore Immacolato lui affida l’Italia, aveva un figlio: si chiamava Gesù. Non le è stato facile comprenderlo subito fino in fondo. Ma alla fine l’ha seguìto. Gli è stata vicino. Anche nel momento più drammatico. E quel figlio, venuto per aiutarci a comprendere come ragiona il Padre del Cielo, ha detto cose che non coincidono affatto con la pratica quotidiana di questa parte politica che il ministro rappresenta. E mi è difficile pensare che questa madre non condivida gli insegnamenti di suo Figlio: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ero straniero e mi avete accolto... Tutto quello che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me... Tutto quello che non avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me».[1]

Di sicuro a quel Figlio così esigente, alla cui madre viene chiesto di portarci alla vittoria, diremo: Eh no, caro mio, ti sbagli. Prima gli italiani! Sta’ attento. È colpa dell’Europa se non ti abbiamo dato da mangiare o non ti abbiamo accolto.

Che dite, come la prenderà?

 

Direte: ma sei un integralista, pensi forse che la politica si possa fare con le pagine del Vangelo? No, vi rispondo. Ma non posso accettare che, pur di raccattare voti, si bestemmi il nome di Maria, come i nazisti bestemmiavano Dio con il loro Gott mit uns, dicendo che ci porterà alla vittoria. Quale vittoria? Vittoria di chi?

La vittoria delle paure, degli odi e degli egoismi non è la vittoria dell’uomo. È questa, io credo, la vittoria che vorrebbe vedere il Figlio dell’Uomo. E sua madre con lui.


[1] Da Matteo 25, 31-46

 

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