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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

Ancora un contributo al dibattito sul fine-vita

 

Indisponibile?

(4)

17 novembre 2019

 

A chi appartiene la mia vita? È nella risposta a questa domanda che possiamo trovare la legittimità o meno di disporre della nostra vita. Ho evidenziato mia perché la domanda è posta correttamente soltanto se questa parola, mia, è chiaramente indicata ed esplicita.

Più volte, nella stampa, nei dibattiti, perfino in alcuni studi sull’argomento, troviamo affermazioni del tipo: è un diritto disporre della propria vita dal suo inizio alla sua fine. Che significa disporre dell’inizio della propria vita? Chi ne può disporre? Nessuno. E non per una questione di principio o perché una qualche autorità, civile o religiosa, ha deciso così. Semplicemente perché dell’inizio della mia vita chi ne dispone, oltre alla natura, sono altri: i miei genitori. Solo loro potevano decidere se e quando darle inizio. Non io. L’inizio mi appartiene, certo. Ma non posso disporne. Non mi hanno consultato quando mi hanno messo al mondo. Non mi hanno chiesto il permesso. Né chiedono il permesso, una madre e un padre, quando dovessero impedire ad una vita già iniziata di procedere oltre, decidendo per l’interruzione di una gravidanza. Dunque, pur essendo ovvio, credo sia utile rimettere i pensieri in ordine e ricordare che dell’inizio della propria vita nessuno ne può disporre.

 

E della fine? Qui la domanda è legittima. Di più, necessaria.

Così, tre settimane fa, mi scriveva Vittorio, un amico: Bene i tre articoli sul fine vita.[1] [...] Tu concludi il terzo con due domande e, nel complesso, quasi evadendo da una risposta di fronte al tema di fondo. È che il terzo articolo era proprio il più difficile quasi aspettandoci una risposta chiara come di quelli che sostengono il suicidio assistito. Non potendolo accettare né io né te, quale risposta diamo? Ecco, forse sarebbe opportuna una quarta puntata che potrebbe trattare il tema dell'accanimento terapeutico. Perché noi ne usciamo solo se sosteniamo che c'è un momento in cui gli strumenti tecnici offerti dalla scienza (e saranno paradossalmente sempre più raffinati) devono essere eliminati quando si verificano quelle condizioni già previste da chi intende applicare il suicidio assistito e lasciare che la natura, e non l'artificio umano inutile, faccia il suo corso. Non so se puoi concordare. Ciao e buon lavoro.

 

Ha ragione Vittorio, il tema dell’accanimento terapeutico diventa centrale nella maggior parte delle situazioni in cui la vita biologica persiste solo perché supportata da tecnologie invasive che la persona, quand’era in grado di esprimere il suo pensiero, aveva già dichiarato di non volere per sé, ma che ora non è più in grado di riaffermare. È chiaro che diventa legittimo, e doveroso, chiederci quale sia il senso di un uso a tempo indeterminato di simili strumenti. Quasi che la prosecuzione ad ogni costo della vita biologica sia un assoluto, un imperativo categorico. Lasciare che la natura faccia il suo corso, senza volerci accanire nell’uso di protesi che non sono in grado di restituire un’autonomia vitale né alla vita biologica né a quella cosciente, a me pare una strada dignitosa. Rispettosa della vita umana. E rispettosa della vita che il credente sa guardare come dono-di-Dio.

 

Muovendoci poi tra vita e morte, una domanda dobbiamo farci anche di fronte a quegli stati in cui non hai bisogno di protesi particolarmente invasive per continuare a vivere. La coscienza è intatta. Ma la malattia è in stadio terminale e il corpo urla per il dolore che lo imprigiona. Un dolore che le terapie palliative più sofisticate ancora non riescono a contenere. E ti ritrovi rinchiuso in una sofferenza talmente insostenibile da non vedere altra via d’uscita se non l’affidarti, nella ricerca di conforto e di pace, all’abbraccio di sorella morte.

Possiamo giudicare? O condannare? O impedire, per legge, l’accesso ad una decisione tanto drammatica e dolorosa? No, io credo. Una persona ha diritto a decidere anche di voler morire se la qualità della sua vita, senza prospettive di cambiamento, è per lei insostenibile. La persona viene prima di ogni regola, o principio o dottrina.

Se dunque dell’inizio della nostra vita noi non possiamo disporre, non altrettanto, io credo, possiamo dire della sua fine.

 

Sarebbe grave errore, tuttavia, fermarci qui. Perché ogni volta che incontriamo il suicidio, esso ci parla di fallimento. Fallimento della società e fallimento della scienza, che ancora non sanno rispondere in modo adeguato a simili situazioni di sofferenza.

Due strade sono irrinunciabili a mio parere se vogliamo davvero superare quel richiamo alla decisione di morire che in talune circostanze è difficile non comprendere e non giustificare. Il potenziamento degli investimenti nella ricerca per le cure, palliative e terapeutiche; e, insieme, un uso delle nuove tecnologie che sappia guardare la persona nella sua interezza di corpo, mente e anima, e non soltanto nella sua dimensione biologica.

 

[1] Voce, 29 sett, 6 ott e 13 ott 2019

 

 

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