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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

25 novembre: Giornata internazionale
 per l’eliminazione della violenza contro le donne

Il muro


24 novembre 2019


Questi giorni abbiamo rievocato la caduta del muro che per ventotto anni ha spezzato in due la città di Berlino. Rallegrandoci, tutti, per un avvenimento che trent’anni fa nessuno s’aspettava. Eppure è accaduto. Eppure continuiamo a mostrarci ancora incapaci ad apprendere dalla storia: basta guardare quanti muri continuiamo a costruire in tante parti del mondo. A Berlino doveva servire a non far scappare i cittadini dal paradiso sovietico. Oggi devono proteggere i confini dal nemico di turno. Dal diverso-da-noi. Palestinesi o profughi o migranti che siano.
Non di muri abbiamo bisogno ma di ponti, ricorda continuamente Francesco. I muri dividono. I ponti avvicinano: solo su questi possiamo attraversare fiumi e precipizi.

Un muro particolare guardiamo insieme in questo 25 novembre. Un muro fondato e radicato nella storia. Al punto che rischiamo di non vederlo neppure, tanto ci siamo abituati. Notava Aristotele che ciò che è consueto è come se fosse naturale. Innato. E i nostri padri ab assuetis non fit passio dicevano. Che possiamo tradurre: alle cose cui siamo abituati non facciamo più caso. E non facendoci più caso, neanche le vediamo più.
Di quale muro sto parlando? Semplice. Di quello che divide, da tempi immemorabili, gli uomini e le donne.


Un piccolo esempio. In Giappone all’inizio di quest’anno le donne chiedono alle aziende di non costringerle più ad indossare i tacchi alti. E un ministro subito risponde che le aspettative del codice di abbigliamento sul posto di lavoro sono necessarie e appropriate. Questi giorni, sempre in Giappone, le donne devono lottare per vedersi riconosciuto il diritto a portare gli occhiali, al lavoro o al ristorante. No comment!


Ma torniamo a noi. In casa nostra.

So che non sarà facile seguirmi, perché il muro che dovremo guardare non è fatto di mattoni e cemento, ma di un materiale molto più solido e duraturo, e quasi invisibile: sono usi, tradizioni, regole, leggi che governano i rapporti tra uomini e donne all’interno delle religioni e delle chiese. Iniziato nel cristianesimo da subito dopo la partenza di Gesù. Condiviso, stabile e solido, sia con la tradizione ebraica sia col mondo greco romano. Lo guardiamo perché questo muro diventa violenza. Tanto sottile quanto eclatante, che noi uomini, credenti, continuiamo a mettere in atto nei confronti delle donne. È un muro che abbraccia tanti aspetti della vita. Oggi ne guardiamo uno, particolare e assai significativo.

In Italia ci siamo accorti che oltre ai cittadini-uomini c’erano le cittadine-donne alle elezioni politiche del 2 giugno 1946 e alle amministrative di qualche mese prima: per la prima volta la loro voce aveva acquisito diritto di cittadinanza. Diritto al voto. Se non votare è una mia decisione personale, vale sempre che non esisto perché saranno altri a decidere per me. Ma se il non poter votare è sancito da una regola o legge o tradizione, ciò significa che la mia voce non ha valore. Il mio pensiero non conta. In una società se non voto non esisto. E se a non poter votare è la metà del genere umano, la parte femminile, significa che soltanto il pensiero dei maschi ha valore. Appartiene solo a loro il diritto a definire il giusto e il non giusto, il bene e il male, i compiti e i diritti di tutti e di tutte.

Come società civile, nel mondo occidentale, il diritto di voto alle donne è conquista ormai universale e irreversibile. E nella società religiosa? Nella comunità-chiesa?


In alcune confessioni cristiane, nelle chiese nate dalla Riforma del XVI secolo, lo spazio riconosciuto alle donne, anche se non ancora alla pari, è comunque in evoluzione. Ma nella chiesa cattolica in quale consesso decisionale le donne possono esprimere anche con il voto il loro pensiero? Abbiamo vissuto di recente Sinodi importanti e significativi per la nostra comunità. L’ultimo proprio questi giorni sul dramma dell’Amazzonia; l’altro, il Sinodo sulla famiglia quattro anni fa.

Dov’erano le donne? E si trattava della salute del pianeta, o addirittura della famiglia! Giusto qualche uditrice. E anche quando qualcuna ha potuto parlare, poi... al momento del voto? Scomparse. E non per loro scelta. Ma solo perché a volere così è la [poco] sacra tradizione, fondata esclusivamente sul pensiero maschile. Così a me sembra.
Ma è stato sempre così! mi direte. Certo. È per questo che sopra ci dicevamo di stare in guardia dalla trappola del ab assuetis non fit passio. Ci siamo talmente abituati che neanche ce ne accorgiamo più!

Ma il se non voti non esisti, cioè se non hai diritto di voto non esisti, vale in ogni tipo di società: civile, sportiva, culturale e... religiosa. Non è questa una forma di violenza che continuiamo a perpetrare nei confronti della donna? Il muro di Berlino è caduto. Non sarebbe un atto di libertà e di giustizia, evangelico stavolta, che anche questo muro venga [presto] abbattuto?

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