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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

Istat: nel 2018 4.500 matrimoni in più rispetto al 2017

 

La promessa

 

8 dicembre 2019

 

I numeri non parlano, è vero, ma ci aiutano a comprendere dove siamo e dove stiamo andando. Nel 2018 in Italia abbiamo avuto 195.778 matrimoni, di cui la metà (50,1%) con solo rito civile. Se ci aggiungiamo le 2.808 unioni civili tra coniugi dello stesso sesso, non arriviamo a 200mila. A fronte abbiamo 830mila nuove convivenze. Non vorrei perdermi, né farvi perdere, dietro ai numeri. Mi piacerebbe però provare a interrogarli e sentire cos’hanno da dirci.

 

La prima cosa che balza agli occhi è che il matrimonio – senza per ora fare distinzione tra rito civile e rito religioso – ha perso tanto terreno in questi ultimi decenni.[1] E il piccolo aumento dell’anno scorso (4.500 in più rispetto al 2017) temo sia poco significativo per poterci cogliere un cambio di rotta. Un recupero. E una speranza. Sì, mi piacerebbe usare questa parola, speranza, guardando all’evoluzione della nostra società.

Che siamo una popolazione che sta invecchiando non è novità per nessuno: rispetto all’anno precedente in un solo anno abbiamo perso 18mila bambini (140mila in meno rispetto a dieci anni fa). Ma la novità sulla quale vorrei riflettere con voi è un’altra: lo scorso anno quasi un figlio su tre (il 32,3%) è nato fuori dal matrimonio. Nel 2008 erano poco meno di uno su cinque (19,6%). Quasi venticinque anni fa, nel 1995, meno di 1 su dieci (8,1 %).

Bambini che nascono fuori dal matrimonio. Bambini che nascono in seconde unioni. Che poi, abbastanza di frequente, incontrano anch’esse il fallimento della relazione di coppia. Quasi a ripetere un cliché: facciamo un bambino a coronamento del nostro amore. Che spesso significa: chiediamo a un bambino di tenere in piedi il nostro amore. Ma come fa, poveretto? E poi... quale amore?

 

Più di venti secoli fa un uomo, una donna forse, preso dallo sconforto di fronte alle difficoltà che la vita gli pone davanti, pensando al suo Dio, lamenta: È forse cessato per sempre il suo amore, è finita la sua promessa per sempre?[2]

Amore e promessa. Due parole che sembrano, oggi, essere scivolate via dai nostri vocabolari. Non proprio, avete ragione: amore c’è. È letta e riletta. In ogni salsa. In contesti e circostanze ripetuti e ripetitivi. Spettacoli, canzoni, messaggi, social... colmi, stracolmi di questa parola. Inflazionata? Svuotata forse? Temo proprio di sì.

Un bel pacchetto, carta colorata, nastrini e fiocchi, perfino brillantini, come quelli che inizieremo a rincorrere fra qualche giorno per i regali di Natale. Ma dentro, vuoto. Un regalo senza regalo. Ecco, questa è l’immagine che si presenta alla mia mente quando questo pacco, che chiamiamo amore, non contiene la promessa.

 

Nella stessa epoca, in qualche altra parte del mondo, sempre dialogando con il suo Dio, un altro, uomo o donna chi sa, canta: Io gioisco per la tua promessa, come uno che trova un grande tesoro.[3] Sì, la promessa. Un grande tesoro.

Ma c’è spazio, oggi, immersi nella precarietà, per una parola che significa per sempre? È forse il timore del per sempre che l’ha fatta sgattaiolare via dal vocabolario? Eppure quando mettiamo al mondo un figlio, non gli promettiamo che per lui ci saremo per sempre? Non è questo che promette una mamma al suo bambino fin da quando lo sente crescere dentro di sé? E il babbo, magari qualche tempo dopo, non gli dice anche lui che come padre ci sarà finché morte non li separi? Strano, a un figlio siamo capaci di dire che ci saremo per sempre. Cos’è allora che ci paralizza di fronte alla prospettiva di dirlo alla persona, compagna/compagno, con cui condividiamo il desiderio di questo figlio, e con cui addirittura decidiamo di chiamarlo alla vita?

 

Io gioisco per la tua promessa, come uno che trova un grande tesoro esultava un uomo, una donna, ventidue secoli fa. Cosa mi fa gioire? Il fatto che dentro quel pacchetto, che chiamo amore, trovo la parola promessa. Amore è il coraggio di guardare l’altro negli occhi e potergli dire: io per te ci sarò per sempre. Io ti prometto che su di me potrai contare nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia... finché morte non ci separi.

Proprio come una mamma dice al suo bambino. O un babbo quando guarda gli occhi di suo figlio.

 

Cari ragazzi, alla precarietà che siete costretti a respirare nella ricerca e nella costruzione della vostra vita lavorativa, non permettete d’inquinare anche il vostro rapporto d’Amore. Il vostro progetto di Vita. Tanto più se già l’avete sconfitta quando guardate gli occhi dei vostri bambini. Sposarsi non significa semplicemente scambiarsi questa promessa? Sì, scambiarsela di fronte alla società. Che riconosciamo come la nostra casa. E alla quale chiediamo di essere sostenuti nella costruzione della nostra famiglia.

 

[1] La mente e l’anima, vol. 4, pag. 254; vol. 5, pagg. 171, 231; Voce, 7 aprile 2019

[2] Salmo 76,9

[3] Salmo 118,162

 

 

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