VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

24 set 2017

Tra religione e fede: un dialogo da tenere aperto

Il pane e il vino (1)

Luca è celiaco e quest’anno farà la prima comunione. Sapevamo che c’erano delle ostie prive di glutine, poi però dai giornali abbiamo sentito di una “circolare” della chiesa che dice che le ostie prive di glutine non sono utilizzabili perché non sarebbero vero pane, quindi non verrebbero consacrate. Lei può dirci qualcosa? Noi pensiamo che sia giusto che anche in chiesa, come in tutti gli altri luoghi, ci debba essere rispetto per chi ha una malattia. Nella situazione di Luca ci sono tante persone, bambini e adulti. Poi una cosa: cos’è, anche nella Chiesa c’è la burocrazia con le leggi e le circolari? (...)

Aldo e Caterina

 

Intanto una risposta rassicurante: l’Associazione Celiaci dichiara che «in considerazione del quantitativo di particola assunta dal fedele, sono considerate idonee al celiaco sia le ostie garantite ‘senza glutine’ (non più di 20 mg/kg) sia le ostie ‘con contenuto di glutine molto basso’ (non più di 100 mg/kg)». Che sono quelle che prevede il documento cui Aldo e Caterina fanno riferimento e di cui la stampa ha parlato nel luglio scorso. Ma siccome la stampa non è sempre chiara, soprattutto quando chi scrive è un po’ fuori da questi argomenti, credo importante confermare che il problema non c’è. Infatti le persone che soffrono di celiachia sanno già che in tutte le parrocchie ci sono disponibili queste ostie particolari. Quindi possono chiederle al parroco e averne qualcuna come scorta da utilizzare ogni volta che vanno a messa e intendono fare la comunione. Per questo anche Luca e i suoi genitori possono stare tranquilli: nel periodo della preparazione alla prima comunione, riceveranno tutte le informazioni e le istruzioni necessarie.

 

Chiarito questo, passo alla seconda osservazione: cos’è, anche nella Chiesa c’è la burocrazia con le leggi e le circolari? essi scrivono.

Qui credo che dovremo riprendere qualche pensiero, che in parte ci siamo già detti in altre occasioni, ma che rischiamo di trascurare o di dimenticare ogni volta che sentiamo o diciamo la parola chiesa.[1]

A questa parola, infatti, senza rendercene conto, diamo di volta in volta significati diversi. Se diciamo, per esempio, la chiesa dice..., di solito con questa espressione ci riferiamo a quanto è scritto in certi documenti ‘ufficiali’ o a quanto dice la Cei (= i vescovi italiani), o il papa. Quando diciamo il Vaticano per dire la chiesa facciamo confusione: confondiamo la chiesa con il Vaticano. Il Vaticano non è la chiesa. Il Vaticano è uno Stato. La chiesa no! Quest’identificazione, in passato, a volte anche al giorno d’oggi, è stata ed è fonte di grandi fraintendimenti. Se poi diciamo andiamo in chiesa, intendiamo indicare il luogo dove c’incontriamo la domenica per la messa o per un matrimonio o per un funerale, o in altre circostanze.

 

Come muoverci allora tra tanti significati diversi?

Proviamo a recuperare l’origine di questa parola. Essa nasce dalla lingua greca: ekklesìa, che è la combinazione di due parole: ek (= da) e kalèo (= chiamare). Che significa l’insieme di coloro che sono chiamati, convocati, riuniti. In altre parole, la comunità dei credenti.

Se questo è così chiaro, dove nasce il problema? A mio parere esso ha origine da una confusione tra due aspetti che, a volte, piuttosto che integrarsi, rischiano di voler prevalere l’uno sull’altro: chiesa-comunità e chiesa-istituzione.

 

Questi due aspetti, in realtà, riguardano tutte le religioni. Non solo le diverse confessioni cristiane: cattolici, ortodossi, valdesi, avventisti, anglicani, testimoni di Geova, e le tante altre... Ma anche l’islam, il buddismo, l’induismo, lo shintoismo e le mille altre religioni che si sono date un’organizzazione. È qui che nasce il problema. Perché da una parte ogni gruppo, ogni comunità – quindi anche una comunità religiosa – per riconoscersi e farsi riconoscere ha bisogno di darsi una struttura. Che comprende delle regole, una gerarchia, delle norme che definiscano chi appartiene e chi no, chi ha il compito/potere di decidere, chi può accedere a certe cariche e chi no, ecc. Dall’altra, però, c’è un aspetto particolare, unico, che è proprio di una comunità religiosa: essa nasce come insieme di credenti, come comunità di figli-di-Dio (o, per quelle religioni che non usano la parola figli per definire la relazione con la divinità, come comunità di creature-di-Dio).

 

Perché dicevo qui nasce il problema? Perché non è facile tenere un giusto equilibrio tra la dimensione-comunità e la dimensione-istituzione.

(Da qui ripartiremo la settimana prossima)

(1. continua)

[1] Cfr. La Mente e l’Anima, Vol. 1, pag. 248; Vol. 4, pag. 25, pag. 28